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Scrivono di me

Premio Italo Calvino

Edizione n. 26

Scheda dell’opera
Titolo Genere Nominativo

EROI DI CARTA romanzo Paolo TOGNOCCHI

Giudizio:

Capita di leggere libri che regalano l’impressione di essere scritti solo per il puro piacere della
narrazione, che si tratti di una storia d’amore finita male o di un’avventura esotica; altri sembrano
volerci impartire una morale e ricordarci di non cadere negli errori del passato; altri ancora, infine,
ci lasciano perplessi perché non ci è ben chiaro cosa l’autore voglia effettivamente dirci.
Poi ci sono libri come Eroi di carta, che sono tutte queste cose e nessuna in particolare. Paolo
Tognocchi diverte e si diverte, piace e si piace in questo buffissimo, strampalato romanzo con un
eroe un po’ improbabile come protagonista e spaventapassere, pirati, mantidi, coccodrille e squali
come comparse. La fantasia dell’autore è straordinaria e trascinante, invade come uno tsunami un
libro senza capitoli ed entra in conflitto con le parole e i personaggi, i quali, anche giustamente, si
ribellano alla mancanza di filo logico delle peripezie in cui sono coinvolti e puntano i piedi per
avere un po’ più di spazio. E così si rompe, per così dire, la quarta parete e si finisce col colloquiare
allegramente con loro, apostrofandoli come vecchi amici, e anche col filosofeggiare tutti insieme su
temi quali la morte, la vita, la libertà, l’amore.
Certo, una maggiore cura formale gioverebbe al lavoro (congegnare non è “congeniare”, al
presente sortire non fa “sortono” bensì sortiscono e io non “fuggisco”, ma fuggo), così come non
guasterebbe una minore dispersività, ma molto si può perdonare ad un’immaginazione tanto fervida
e a un eroe tanto inverosimile, capaci di divertire il lettore dalla prima all’ultima pagina.
Il libro, con i necessari emendamenti stilistici e con un maggior controllo sulla dimensione
fantastica (insomma, ponendo un certo freno allo sbrigliarsi talvolta alquanto gratuito e fine a se
stesso delle invenzioni), potrà meritare sicuramente attenzione.

Il Comitato di Lettura

 

Caro Paolo, grazie per averci inviato il tuo manoscritto.

Finalmente ho trovato un’opera originale e ambiziosa che mi ha fatto sorridere e spesso divertire. Tanti, ma simili, gli aggettivi per poter definire il tuo testo: inconsueto, originale, bizzarro, assurdo. E molto altro.
Non è un testo banale. Non è un testo per tutti. Ma funziona. Tutto ciò che viene raccontato esce direttamente dalla mente matta e geniale del suo autore e il lettore non ha mai la sensazione che l’architettura di questo mondo a sé stante vacilli. Poiché già dalle prime righe si dichiara che ci troviamo in un mondo parallelo, dove tutto può succedere, il lettore si aspetta di tutto e crede a tutto.
Quello della credibilità è un elemento importante, che nel suo testo non vacilla mai.

Il tuo testo è molto ironico. Ne ho colto l’ironia dalle prime righe e l’ho colta nelle pagine seguenti. L’ironia si mischia spesso con la critica, sottile e spietata, degli usi e costumi dei nostri tempi, e una conseguente dissacrazione di tutti i miti della nostra tradizione culturale. Ti sei permesso di scomodare il povero Shakespeare, e dare un volto tutto moderno alla sua Giulietta per esempio. Hai scomodato persino nostro Salvatore, riproponendo in una chiave non poco bizzarra la scena della crocifissione.

Il tuo testo propone anche una versione molto originale e ancora, dissacrante, dell’analisi metanarrativa.
L’autore parla direttamente con il suo protagonista e con i suoi personaggi, che, a loro volta, si permettono di criticare e mettere in discussione il lavoro dell’autore: “non ci sono capitoli ben delineati”, “la storia non sta procedendo”, “la tua scrittura è zeppa di aggettivi”, e così dicendo. Come se si volesse mettere sulla carta e ridicolizzare, o meglio, sdrammatizzare, i commenti che il nostro autore è abituato a sentire. Una tecnica piuttosto furba e abile per privare di contenuti e sensi le stesse critiche.
L’autore litiga con i suoi personaggi. I battibecchi sono molto frequenti. I personaggi a un certo punto si ribellano e chiedono più soldi. E spesso, spessissimo, dialogano tra loro sulla stessa opera letteraria che li ospita.
In tutto il testo l’analisi metanarrativa mette in luce i problemi fondamentali della narrazione: l’autore e il narratore, la trama, i personaggi, lo stile, e va dicendo. La metanarrativa diventa personaggio stesso, e trama.
Ho apprezzato molto questo elemento, che a mio parere, anche se di certo non si tratta di un tentativo isolato nella tradizione romanzesca, accresce molto il livello dell’opera.

La narrazione poi, viene associata e spesso sovrapposta, alla cinematografia.
Tutto ciò che viene raccontato è anche, di fatto un film. E non a caso il registro utilizzato per riferirsi agli elementi che lo compongono sono tratti dal vocabolario cinematografico: si parla di scene da girare, di copioni, di personaggi che si devono preparare, di scene tagliate, come in un dvd.
Elemento, anche questo, interessate, che io ti esorto a prendere in considerazione per un eventuale sviluppo. Più volte ho visto nel suo testo una possibilità di trasposizione cinematografica.

Tutti gli elementi che ho preso in considerazione, fino a questo momento, sono elementi positivi che però, a mio parere, potrebbero volgersi a tuo svantaggio, nel caso la tua intenzione sia quella di abbracciare, con il tuo testo, un largo pubblico.
Per questo mi permetto di porti qualche domanda: qual è la tua intenzione profonda? A che tipo di lettore hai pensato?

Perché tutto ciò che io, in quanto addetta ai lavori, ho colto e apprezzato, potrebbe risultare difficile e noioso a un qualsiasi lettore medio, poco abituato a vedersi mischiare le carte in tavola.
Il tuo testo è molto esigente, chiede tanto al lettore.
E io mi domando quanti siano, al di là degli addetti ai lavori, i lettori che saprebbero regalarti il loro tempo e la loro pazienza.

Perché non lo possiamo negare, e tu stesso l’hai più volte ribadito nel tuo testo, la trama è confusa e spesso sopraffatta dai suoi personaggi, che escono alla rinfusa e improvvisamente, mettendo a dura prova il corso della narrazione. Il lettore è spesso e continuamente disorientato.

Ci troviamo di fronte a un teatro dell’assurdo, dove eroi di carta dialogano con il loro autore, incontrano personaggi della tradizione letteraria, fumettistica e cinematografica (Sandokan, Tex, eccetera). Viene detto che il nostro eroe ha un fine ossia trovare la nona nota, ma questa motivazione si perde tra mille altri dettagli, mille altre scene, colorate, esplosive, confusionarie.
La linea narrativa è molto debole. Non si capisce dove stiamo andando, qual è il fine, qual è il cambiamento e quali sono gli ostacoli che il nostro protagonista dovrà affrontare. E anche l’appellativo di protagonista è messo a dura prova, perché come lui sono tanti i protagonisti che si rubano la scena e confondono la trama.
E’ come se i personaggi e l’assurdo si fossero impossessati delle buone regole della narrazione. Si tratta chiaramente di un gioco che l’autore ci propone: una provocazione forse, un esercizio di stile, un’occasione per rimettere in discussione i nostri canoni e accettare l’imprevisto, anche in un luogo così misurato come un romanzo.
Credo sia superfluo che io elenchi questi “difetti” di forma, perché tu stesso li hai sottolineati tutti attraverso i tuoi personaggi. E la sensazione che rimane è che tu abbia volutamente messo in discussione tutto, volutamente messo sul piatto d’argento tutte quelle imperfezioni che qualsiasi addetto ai lavori noterebbe.
Perciò perdonami l’ovvietà, se anch’io scelgo di mettermi dalla parte del buon senso e della struttura narrativa, e ti faccio notare che l’esplosione di eroi bizzarri e situazioni assurde, mangia completamente la linea narrativa. Non c’è trama, non ci sono cambiamenti, non c’è niente da raggiungere se non a livello di sentito dire: il nostro eroe non è realmente intenzionato a trovare la nona nota, non gliene importa nulla in realtà. Non c’è un’urgenza forte che illumina il suo cammino. La motivazione è messa lì, solo perché in qualche manuale c’è scritto che così deve essere in una narrazione che funziona. Ed è messa così, campata in aria, quasi per fare una parodia, per prendersi gioco proprio di questi paletti narratologici.
Hai voluto mettere in scena l’assurdo e nulla si può contro l’assurdo. E’ una scelta che contiene già nella sua forma la possibilità, se non la certezza, che la maggior parte dei lettori si fermerà proprio alla forma, incapace di vedere altro sotto lo strato, molto spesso, di colore e fantasia.

Prendiamo i dialoghi, messi uno dopo l’altro senza nessuna logica. Le battute non sono conseguenti, le risposte non rispondono alle domande. E’ come se chiunque potesse prendere la parola e aggiungere battute su battute, anche se non c’entrano niente con quelle che lo precedono.
Chiunque può dire la sua, chiunque può rubare la scena senza preoccuparsi del senso, in un brusio di voci e rumori che nasconde una voce più debole, ma importante, che fatica molto ad emergere e trovare un suo spazio: quella del suo autore.

L’impressione che io ho ricavato dalla lettura è che sotto questo teatrino di marionette e personaggi bizzarri, ci sia un mondo complesso e profondo che l’autore fa di tutto per mascherare.
Ed è chiaro nella seconda parte dello scritto, quando l’autore improvvisamente si rilassa, cerca di ridare un senso là dove non è comunque possibile darlo, e si lascia andare a qualche bellissima riflessione. Come se improvvisamente l’esigenza di attenersi a canoni e regole e parodie venisse meno ed emergesse l’essenza più pura del burattinaio. La seconda parte, proprio per questo motivo, risulta più vera, meno artificiosa rispetto alla prima.

L’unico consiglio che mi sento di darti quindi è quello di trovare comunque una trama forte in mezzo a tutto il caos, e di lasciare che sia lei la protagonista. Si tratterebbe solo di rinforzare, non di togliere. Rendiamo più evidente la ricerca, rendiamo più accessibili e chiari i vari momenti dell’avventura.

E non nascondiamo fino a questo punto la sensibilità che ci porta a scrivere. Lasciamo che il nostro mondo affiori attraverso la storia, attraverso lo sguardo dei nostri personaggi sul mondo. Al di là della volontà di stupire, mescolare, provocare.

Caro Paolo, tu possiedi una visione del mondo originale e non comune. Un grande dono da far fruttare, senza mai dimenticare però di far affiorare anche il mondo più nascosto che ti porti dentro. Senza mai dimenticare che la scrittura è anche destinata a un lettore, che forse non ha la nostra intelligenza e nemmeno la voglia di tornare continuamente alla riga precedente con la sensazione di non aver capito. La scelta sta solo a te. Scrivere per te stesso o scrivere anche per gli altri.

Buon viaggio
Francesca

Scheda di lettura del romanzo di Paolo Tognocchi, L’ombra delle stelle sulla rocca di Terastian

Scheda L'ombra delle stelle

 

I giudizi L’Ombra delle stelle sulla rocca di Terastian

Voto: 5.67 – Giudizio
Inizialmente ho faticato ad entrare dentro la storia, colpa più che altro del genere letterario che non è tra i miei preferiti. Devo dire però che pagina dopo pagina mi ha incuriosito sempre più. Ho trovato alcuni passaggi davvero interessanti, anche i personaggi hanno una loro forza.

Voto: 3.33 – Giudizio
la prima cosa cui ho pensato è stata: ma l’ha scritto Niccolò Ammaniti ubriaco? per il resto ho letto i soliti bigottismi, il solito pensiero retrogrado che aleggia in tutto il racconto, romanticismo inutile in qualche frase della dal nonno, ma l’umore generale è un malumore scontato.

Voto: 7.33 – Giudizio
La trama è interessante ed i personaggi sono ben delineati. Lo stile però risulta a volte un po’ farraginoso, appesantendo così il ritmo. Penso che, lavorandoci ancora un po’, si possa migliorare ed ottenere un buon risultato.

Voto: 6.33 – Giudizio
La narrazione sembra svilupparsi volutamente in modo concitato per fornire l’impressione di una vicenda dai toni definitivi e con l’intenzione di fornire al lettore il massimo possibile di elementi per condurlo alla corretta lettura della vicenda. L’alternarsi rapido di situazioni diverse, senza dimenticare la matrice principale, così come l’abbondanza dei particolari sui caratteri personaggi, obbligano ad una lettura senza distrazioni consentendo di apprezzare la forma narrativa e di individuare facilmente la simbologia che sta dietro il racconto. È evidente l’invito silente ad arrivare alla fine per scoprire se le prime intuizioni del lettore coincidono con quelle dell’autore.

Voto: 4.33 – Giudizio
L’ombra delle stelle sulla rocca di Terastian ha il taglio dei racconti tipici della letteratura dell’America Latina. L ambientazione nel contesto di famiglie “allargate”, nell’ambito delle quali convivono più generazioni, le dinamiche parentali infittite di sentimenti contrastanti, spesso avvertiti con violenza e una pervasiva aria magico-ritualistica che contamina le coscienze, mi sembrano invenzioni tipiche di quello stile narrativo d’oltreoceano. Ci sono nel romanzo trovate originali, come l’avvicendarsi, tra i due protagonisti più anziani e detentori del potere famigliare, della “maledizione” della cecità, espediente azzeccato per mettere a nudo le due diverse psicologie e tempre d’animo, nonché le divergenti filosofie di vita, ma la narrazione (mi permetto di dire) resta superficiale. La scarsezza dei dialoghi toglie respiro alla narrazione, non concede pause, cambiamenti di stile, e le descrizioni fluttuano un po’ scollegate e sovrapposte tra loro. La trama sembra impaludarsi nel succedersi, incalzante, delle impressioni e delle sensazioni provate dai personaggi e, alla lunga, stanca. Giudizio in una unica parola? Un po’ ingenuo.

Voto: 6.00 – Giudizio
La storia è bella e, a mio parere, l’ambientazione e i personaggi funzionano. La punteggiatura e il lessico sono da rivedere, ci sono parecchie ripetizioni e “ridondanze” che rendono la lettura faticosa.

Voto: 7.33 – Giudizio
E’ scritto molto bene. Si capisce che c’è una ricerca dei vocaboli e delle espressioni più adatte. Trovo affascinante il linguaggio usato, come tutto l’incipt. Ci sono le premesse per un romanzo avvicente. Si è ispirato a Cecità di Saramago?

Voto: 3.33 – Giudizio
Noiosissimo e verbosissimo racconto-fiaba con morale e metafora in ombra di Saramago ma senza la leggiadria, l’incisività, la chiarezza d’intenti del sopracitato autore. Già dalle prime battute è difficile seguirlo, con quella ipertrofica storia famigliare che poi si sbodola lungo tutto l’incipit. La cecità come impossibilità di comunicare? Esclusione di un livello di comunicazione per accedere a un livello più profondo, in cui i segni, divenuti inaccessibili, sono sostituiti dai simboli? Basta, per carità. Già letto, già sentito, già introiettato, in tutte le salse, compresa quella della Allende. Chiedo scusa ma in assenza di originalità dovrebbe almeno esserci la leggerezza. Al contrario qui l’intento moraleggiante ingloba e sopprime qualsiasi possibilità di racconto, al punto che gli stessi dialoghi divengono espediente dimostrativo di qualcosa, senza che mai i personaggi possano quindi venire alla luce, vivere nella mente del lettore come dotati di individualità e tempo proprio. Nonno e nipote come paradigma transgenerazionale dell’asse famigliare, del tramandare, del condividere? Che pesantezza. La rocca come simbolo dell’atemporalità che permette uno sguardo longitudinale sulla terra e sul tempo delle transizioni? E basta. Perchè non accontentarsi di raccontate una storia con umiltà per una volta, di mettersi al servizio dei personaggi piuttosto che del proprio ego, che può produrre solo immagini distorte di sè e del sè, prolungamenti della propria inadeguatezza?

Voto: 5.33 – Giudizio
La vicenda si svolge nel mitico paese di Terastian e ha per protagonisti i Pitanes che rimandano subito ad assonanze sudamericane.Un male oscuro perseguita prima il patriarca Edoardo, poi il figlio Ignaciio. Di chi chi o che cosa sia la colpa non lo sappiamo, di certo sulla famiglia si abbatte la furia distrutrice della cecità di Ignacio. Il narratore esterno segue l’evolversi degli eventi riguardanti Emiliano, Amalbo, Rosalia. La scrittura è ridondante di aggettivi, ricorre talora a un lessico ignoto (trasando?)Nel complesso si segue con fatica la storia che appare senza sbocchi.

Voto: 6.00 – Giudizio
L’incipit lascia intuire una buona cadenza narrativa e una ambientazione convincente. La forma è corretta e abbastanza scorrevole. L’impressione finale però non è da racconto avvincente.

Voto: 6.67 – Giudizio
Un giorno Eduardo riguadagna il senso della vista ma Ignacio Pitanes la perde. Ignacio sospetta che lo stesso padre Eduardo lo abbia avvelenato dopo aver simulato la cecità per tredici anni. Ignacio si chiude in camera e la vandalizza sistematicamente. Rosalia prende il potere in casa e manda i figli a lavorare in campagna rinunciando al sogno di trasferirsi nella capitale. Ma Amalbo vuole sposarsi per andare in città. Incipit di non facile valutazione. Tempo e luoghi sono indefiniti come in certi autori sudamericani. Evidente è l’ispirazione da Saramago.

Voto: 4.67 – Giudizio
La narrazione stenta a creare una rappresentazione credibile a causa di elementi presentati come universali e condivisi, laddove invece sono semplicemente la prospettiva dell’autore. La definizione di aspetti secondari della vicenda appare eccessiva, cosa questa che impegna il lettore non già a leggere ed immaginare, ma ad ascoltare in silenzio.

Voto: 4.67 – Giudizio
Storia a dir poco caotica che fa il verso, anche nel linguaggio, a Cent’anni di solitudine. O almeno ci prova. Stessa atmosfera, stesse situazioni sbilenche, stessi personaggi, accumunati persino da nomi altrettanto strampalati, dentro una narrazione e una trama che sembra, almeno nell’incipit, non portare da nessuna parte. Per chi conosce l’originale e ama la letteratura magico/realista latino americana, verrebbe da considerare questa storia paradossale, e attribuirla al genere grottesco. Temo, purtroppo, non sia l’intenzione dell’autore e, qualora lo fosse, gli suggerirei, prima di giocare con Garcìa Marquez e altri del suo livello, di costruirsi una maggiore solidità narrativa iniziando con storie meno contorte e artificiose. Destreggiarsi in una complessità di intrecci e personaggi, come quelli che ha messo in campo in questo incipit, e mantenere la barra della trama, richiede una grande padronanza della scrittura. Altrimenti il rischio è di costruire situazioni improbabili e sconnesse e caratteri e personaggi che sono solo bozzetti fumettistici. Malgrado questi “limiti”, per la ricchezza della lingua, anche se spesso con qualche improprietà, per la capacità di costruire metafore colorite e originali, oltre che per la fantasia, che sicuramente non difetta, suggerirei all’autore/autrice, di sperimentarsi con storie più lineari e di lavorare sul carattere dei personaggi rendendoli meno stereotipati entro cliché letterari.

Voto: 7.33 – Giudizio
Il libro è scritto bene: si avverte che l’autore conosce i meccanismi della narrativa. Lo stile ricorda certa letteratura sudamericana contemporanea ed ha un “aspetto” compatto, in certi casi granitico. La narrazione ha uno scorrimento severo, direi puntiglioso ed in certi tratti poco spontaneo. Mi hanno sconcertato e un po’ deluso alcuni periodi come “Ma quando i pensieri affondavano nel burro della sua indole, s’induriva e serrava i pori.” (pag. 18).Che deve pensare o provare, un “povero” lettore? Ma la spontaneità, in questo lavoro, esiste?

PREMIO ITALO CALVINO – Edizione n. 27

6 UN MILO MARTINI di PAOLO TOGNOCCHI
Giudizio
Paradossale romanzo che coglie il modo di vivere di un preciso ceto sociale e ne esaspera la rappresentazione. Qui l’ambiente è quello degli assicuratori, in cui le uniche ossessioni sono il denaro, i prodotti di consumo dei vip, i loro status symbol, siano il più costoso palmare di ultima generazione che bisogna assolutamente esibire o meglio ancora possedere, o le Audi più costose. Le ragazze dotate di questi oggetti sono le più appetibili, specialmente se hanno un gran numero di amici su Facebook.
La vita di Milo, figlio di un importante assicuratore e assicuratore incapace lui stesso, ruota intorno a questi unici valori, ma anche le persone a lui vicine, la madre che gestisce un centro benessere e il padre più capace sul lavoro, ne condividono aspirazioni e valori.
Ma Milo ha una capacità, quella di sfruttare le relazioni sociali per raggiungere i propri obiettivi per tirarsi fuori dai pasticci, per realizzare le sue aspirazioni. Altri suoi desideri restano invece insoddisfatti, come il possedere, ricambiato, la segretaria amante del padre.
L’autore lavora programmaticamente su cliché, i personaggi sono quasi ridotti a macchiette, che agiscono e parlano in modo stereotipato, convenzionale e spesso ripetitivo. Il testo appare la rappresentazione fredda di un aspetto invasivo e indubbiamente deprimente della società odierna.
É un’operazione interessante, ma forse l’eccessiva schematizzazione dei personaggi e il linguaggio (pur se volutamente) stereotipato finiscono per ingenerare una certa saturazione.
Paolo Tognocchi aveva già presentato lo scorso anno un testo pregevole, Eroi di carta, con caratteristiche stilistiche simili a quelle del testo di quest’anno. Sicuramente possiede un suo stile, una precisa visione del mondo e della funzione della letteratura, pecca però di una certa autoreferenzialità.


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