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L’ombra delle stelle sulla Rocca di Terastian

L’ombra delle stelle sulla Rocca di Terastian

“Le stelle sono il disegno del nostro destino.”
Una notte remota, adagiata nel dormiveglia di ricordi arsi dal tempo, il nonno confidò al nipote il suo testamento. L’ombra della rocca si estendeva sulla campagna, avvolgendo due oscurità spaventate.
Passeggiavano per cercare refrigerio, dopo dodici ore d’inferno. Il bambino stringeva la mano dell’anziano, senza riuscire a decifrare le frasi.
“Fintanto il disegno non cambia, il nostro destino rimarrà questo.”
Percepiva solo l’amarezza, segno che il nonno ce l’aveva con la vita.
Eduardo Pitanes era diventato cieco alcune settimane prima della nascita del terzo nipote. Emiliano, il cui nome era stabilito dal giorno del matrimonio dei genitori, si trastullava nella pancia della madre, quando accadde l’incidente.
L’estate era torrida e da quattro mesi non cadeva una goccia d’acqua. Gli uomini rantolavano sotto l’ombra magra di alberi avvizziti. I greggi si assottigliavano, neanche come carne da macello valevano granché. La terra si sbriciolava, inconsistente come le speranze in un secondo diluvio.
La campagna era più infida di una donna: prometteva al di sopra delle proprie possibilità.
Alla siccità si aggiunsero i topi, i quali rosicchiarono i raccolti passati. E proprio i topi furono la causa dell’incidente. Il paese era a caccia di espedienti per  arrestarne l’invasione. I gatti li vomitavano per strada, il formaggio li moltiplicava, e le fucilate li divertivano.
“Dovranno pur bere!” esclamò Eduardo al colmo dell’esasperazione. Il granaio era un groviera dove i topi ballavano alla presenza dei gatti. Con un piccone verificò un’intuizione e scoprì una sorgente sotterranea utilizzata dai ratti. Vi svuotò una cassa intera di veleno che decimò i roditori.
Un mese dopo annaffiò i campi con la stessa acqua, che incautamente bevve. Fu costretto a letto, moribondo, più là che di qua.
Si rialzò ancora vivo, tuttavia non ci vedeva più.
La famiglia finì sulle bocche dell’intero paese, poi l’orrore e il clamore si placarono. I Pitanes tornarono anonimi e silenziosi, come le altre famiglie di Terastian.
Poi nacque Emiliano.
Secondo l’intenzione del padre, sarebbe nato cittadino, respirando la civiltà dal suo primo vagito. Non avrebbe mangiato polvere e non avrebbe indossato vestiti appestati di animale.  Ignacio Pitanes non ne voleva più sapere del lavoro dei campi. La campagna non manteneva le promesse.
Da qualche tempo Ignacio era attirato dalle chiacchiere sui facili guadagni nella capitale. I capricci del cielo erano irrilevanti dinanzi al vorticoso avanzare del genio umano. Erano richieste energie fresche e interesse per le novità, qualità che i giovani garantivano. E i Pitanes erano giovani. Le bocche da sfamare aumentavano, così come i periodi di siccità, e ogni anno la campagna era più sterile. La città era la nuova terra promessa.
L’improvvisa cecità di Eduardo cancellò qualsiasi progetto.
Cosa avrebbe fatto un cieco che seminava e allevava animali, in una città? Come conciliare i progetti di una famiglia con le aspettative di un vecchio che voleva essere sepolto accanto alla moglie, nell’arida pianura?
Eduardo era pervicacemente restio ad abbandonare tutto quando vedeva, adesso le sue ragioni assumevano un tono inoppugnabile. Il rispetto per l’anziano andava di pari passo con il rispetto per il suo dramma.
Ossequiarlo significava assecondare la sua volontà.
Ignacio non era assolutamente d’accordo. Con il padre indisposto, lui doveva guidare la famiglia. Giudicava l’incidente come il segnale che a Terastian i Pitanes avrebbero inciampato in disgrazie. Eduardo, al contrario, lo interpretava come un monito.
E il primo cedette al secondo, anche perché l’intero paese si schierò dalla parte di Eduardo; quanto lui esigeva era suo diritto ottenerlo.
Ignacio chinò la testa. Ricalcitrante, ingoiò, certo che il vecchio sarebbe morto di lì a qualche tempo. La cecità era un tarlo che avrebbe trivellato il suo orgoglio. Non avrebbe retto l’umiliazione di dover dipendere dagli altri.
Invece le valigie si coprirono di polvere e i topi sopravvissuti le  sbriciolarono. Ignacio le bruciò. Si rese conto che non le avrebbe riempite.
Con lo scorrere delle stagioni il sangue gli si annacquò. Divenne scorbutico e volubile. Non era neppure immune da un odio volutamente incontrollato verso il padre, che giudicava la sorgente di tutte le contrarietà. Il rancore era una nebbia perenne che si addensava quando i due erano costretti a collaborare.
Dal canto suo, Eduardo fu escluso da qualsiasi lavoro. La campagna gli divenne ostile e il buio si fece per lui più tangibile della morte. Un uomo costruitosi da sé, che minaccioso affrontava le calamità della vita, arrogante e incosciente quanto bastava per cavalcare le imprese che le circostanze gli sconsigliavano, ritenutosi inviolabile perché mai era caduto, si trovava impossibilitato a scegliere. Non si riconosceva più: oltre a non vedere intorno, non vedeva dentro di sé. Aveva sempre saputo cosa fare, ma ora non riusciva più a disporre di sé. Lo sgomento crebbe. Era un rubinetto che gocciolava e riempiva una vasca nella quale lui vagheggiava di affogare, così che il buio si prendesse tutto e non lasciasse in giro macchie imperfette di vita.
Il legame tra padre e figlio si frantumò in modo irreparabile. Qualcuno non lo notò  neppure. Ignacio dissimulava con tale maestria il rispetto riservato al padre in pubblico che la piccola comunità si commuoveva, tanta era la forza di persuasione nei gesti del figlio verso il padre. L’afflizione per una privazione fondamentale mise da parte i malanimi quotidiani, sennonché, un’impercettibile frattura ammantata dalla compassione s’insinuò nelle pieghe del rammarico. Un dispiacere, un disappunto, un rincrescimento, non spiegabile con frasi di circostanza, che traspariva da gesti invisibili. Una parola sfuggita, un’esclamazione trattenuta, un cenno di stizza. Erano un crescendo in un sottofondo bofonchiante, mitigato dalla presenza dei nipoti.
Loro erano gli argini che impedivano l’alluvione della frustrazione di Ignacio. Si alternavano nel provvedere alle esigenze di entrambi e quando i ragazzi iniziarono a discernere, individuarono e scelsero  dove schierarsi.
Amalbo, il primogenito, sostenne il padre; il sapore della città gli era rimasto nella saliva. Orisia, a seconda dell’umore, si rivolgeva all’uno e all’altro, Emiliano, pendeva dalle labbra del nonno. Rosalia, la moglie, si mantenne prudente, da restare indifferente ai due uomini, che per ragioni diverse la consideravano priva di temperamento.
Biasimo e brama di rivalsa erano per Ignacio pane quotidiano, contrizione e infamia lo erano per Eduardo. I figli ne inghiottirono a piccole dosi, sorsi di stati d’animo che s’impressero nella loro indole.
“Io non ci capisco niente!” disse al nonno il nipote con il naso all’insù.
“Nemmeno io. Altrimenti la vita sarebbe più semplice.”
II

Se Amalbo e Orisia avevano l’esperienza sufficiente per respingere gli assalti di Ignacio, Emiliano si trovò conficcato tra le aspettative vanificate di un padre e l’affetto morboso di un nonno che non avrebbe mai visto il volto del nipote.
Sin da piccolo Emiliano chiese spiegazioni di tutto, curioso quanto basta per difendersi dai fratelli. Il nonno era in cima ai suoi pensieri e non si capacitava che non potesse vedere. Nonostante le ripetute spiegazioni, il bambino non accettava che il parente non potesse ammirare i suoi disegni. Si dannava in espedienti, riti, incantesimi, e l’anziano l’assecondava per non inibirgli lo spirito combattivo. Beveva qualsiasi intruglio, assumeva le posizioni più strane, ripeteva formule immaginarie.
Ma i fallimenti erano costanti; per questo la sera, prima di spengere la lampada,  il bambino discuteva con Dio riguardo la sorte del vecchio.
“Disegno male e mio nonno non li vuole vedere. Se miglioro, sono sicuro che li vedrà.” Si accaniva disegnando paesaggi, persone e animali, divorando i quaderni della scuola. Non era mai soddisfatto e accumulava nella camera una pila di quaderni, che poi riguardava disgustato: i progressi non erano sufficienti ad aprire gli occhi al nonno.
Emiliano alternava preghiere a esercizi artistici, ma Eduardo continuava a non poterli valutare nella loro interezza. Il nonno rammentava i colori, tuttavia rimaneva in entrambi il senso di avvilimento. Pur di comprendere le sensazioni dell’anziano, Emiliano giunse a disegnare bendato, con effetti catastrofici. In questo stato crebbe il dubbio che il disegno non fosse adatto. Spezzò le matite  e bruciò i quaderni ammucchiati.
A dodici anni Emiliano prese una chitarra, esercitandosi con la stessa tenacia con cui disegnava, districandosi in pochi mesi tra le note. Le sere scorrevano negli esercizi per le mani, in modo da rendere le dita più prensili, mentre il nonno sulla poltrona condivideva lo sforzo del nipote, incoraggiandolo a non desistere. Il resto della famiglia non si oppose al mutamento di passione. L’importante era non lasciare il nonno solo. Ignacio faticava nei campi e la sera voleva bere all’osteria e giocare con gli amici; Amalbo, quindicenne, era preso dalle donne, Orisia non era affidabile e Rosalia badava alla casa. Occorreva accompagnare il vecchio a passeggio, alla funzione religiosa, a trovare gli amici, e leggergli gli articoli di giornale sulle corse dei cavalli per scegliere su chi scommettere.
Inoltre, una volta al mese, Eduardo esigeva andare alla rocca di Terastian, distante tre km.
Da lì si vedeva la campagna, il paese, la pianura sconfinata e il profilo di una catena montuosa, perennemente imbiancata.
La strada che si inerpicava sul monte era una pietraia percorsa dai muli e dagli uomini che volevano governare la vita. Decenni addietro Eduardo vi portava Ignacio, per abituarlo all’imponenza della campagna. La bellezza e la fatica si mostravano silenziose, a portata di chiunque fosse in grado di raccogliere la sfida. Ma Ignacio non volle raccogliere nulla. Ritroso all’asprezza della natura, mostrava segni di insofferenza che sbiadirono le speranze di Eduardo.
Quando Emiliano lo accompagnava, il vecchio fissava immobile la distesa come se contemplasse un punto lontano. Restava seduto per ore all’ombra di un rododèndro, parlando con se stesso, muto nel volto e nel corpo.
“Cosa vedi, nonno?”
“L’orizzonte.”
Eduardo chiedeva al nipote di descrivergli la vastità che si stendeva ai loro piedi, non omettendo alcun particolare.
“C’è il bosco, gli alberi sono pieni di foglie, sono verdi e il vento le agita, alcuni cavalli pascolano liberi, ci sono le stradine polverose, l’erba è secca, c’è un pozzo coperto con le assi, una fattoria, le stalle e le mucche sdraiate che biascicano, sono bianche e marroni, alcune chiazzate di nero, qualche vitello pascola, poco distante un carro pieno di letame che si muove lento, un’altra fattoria, più piccola, la strada che dal paese porta qui alla rocca, gli alberi dalla foglie dure che costeggiano un lato della strada, l’erba  seccata dall’arsura, campi non coltivati per le pecore e le mucche, cespugli di rovi che d’estate fanno le more, nel cielo le nuvole sono bianche e assomigliano a case grasse, il paese assolato, circondato di terra, il cimitero, i cipressi che lo costeggiano e dietro, lontanissime, le montagne che tagliano il cielo, ad est un altro paese, si distinguono alcune case in mezzo ai campi sterminati, qualche albero sperduto, un altro bosco, il crinale roccioso della rocca disseminato di fiori, cespugli e alberi, che stentano a crescere.”
La sera proseguivano gli esercizi con la chitarra ai quali si sottoponeva l’insoddisfatto Emiliano.
“Fammi ascoltare qualcosa.” supplicò un giorno Eduardo, esausto di sentire le stesse note pizzicate sulle corde, inframmezzate ai discorsi della radio.
“Non voglio deluderti.”
Tre mesi dopo, durante una serata di pioggia con la radio silenziosa a causa di uno sciopero, Emiliano accordò con  diligenza la chitarra comprata a rate. Noncurante, la famiglia era sparpagliata nelle altre stanze, all’infuori di Ignacio che ormeggiava all’osteria. Solo Orisia accorse alle prime note. Non fu un’esecuzione perfetta, le dita si intralciavano a vicenda, però era piacevole. Emanava passione: in casa c’era un artista.
“Sembra di ascoltare la radio.”
Da quella sera, alle preghiere si alternarono musiche che avevano il vantaggio di non dovere essere spiegate. Inorgoglito, il nipote si accontentò, sospendendo le preghiere.
Dio era stanco di ascoltare il monotono messaggio.
La chitarra lo prese completamente. Con abnegazione la sera provava e riprovava le musiche popolari e i balli che Orisia si divertiva ad eseguire. Il resto della famiglia accoglieva con distacco i progressi di Emiliano, considerandolo con benevolenza. Avevano finito coll’accettarlo com’era, rinunciando a suscitare in lui il fascino della città.
Il progetto di Ignacio prevedeva che i figli realizzassero ciò che a lui era stato impedito. Ma se Amalbo vaticinava prosperità nella capitale, Emiliano anteponeva le cure al nonno al proprio futuro. Giocava con gli amici, ma quando era l’ora di accompagnare il nonno tornava a casa senza che nessuno gli ricordasse l’impegno. E quando il nonno combinava un guaio, Emiliano faceva ricadere su di sé la colpa, buscandosi le botte. Ignacio, pur intuendo l’innocenza del figlio, esprimeva la sua crudeltà nell’infliggere le punizioni. Non lo risparmiava, ed ogni occasione era un valido pretesto per punirlo.
Intanto il vecchio non ne voleva sapere di morire. Anzi, le attenzioni del nipote più piccolo avevano ridestato entusiasmi giovanili. Il rubinetto che gocciolava sgomento si prosciugò e l’acqua che giaceva nella vasca defluì da un buco che Eduardo non volle più tappare.
L’anziano aveva trovato uno scopo e l’intimità con l’affezionato nipote divenne viscerale, un misto di complicità e affetto dal quale gli altri erano estromessi.  Saltuariamente Orisia affiancava la coppia, però il suo interesse era rivolto ai balli che accompagnavano la musica di Emiliano. I consigli, le monete, i segreti, erano esclusivamente per il nipote. Lei non protestava. Prendeva la bambola di pezza e andava dalla madre, lasciando che i due discutessero di cose da uomini.
L’idillio ebbe un brusco sussulto una domenica, quando la menomazione del nonno si manifestò in tutta la sua pienezza. Alla messa della Madonna la chiesa era gremita, le panche piegate dal peso dei fedeli e l’aria soffocante di incenso. La processione attraversò Terastian, sostò al cimitero e terminò nella chiesa. La famiglia Pitanes partecipò all’evento con religiosa attenzione. Emiliano era al fianco del nonno. Accesero una candela alla devotissima facendo un’offerta per i poveri e andarono all’altare per la comunione. Al ritorno avvenne l’incidente.
Stavano per sedersi quando il nonno urtò la gamba della panca e inciampò rovinando sul grembo di una signora. Scuse imbarazzanti, imprecazioni impertinenti, dato il luogo, si sollevarono per alcuni minuti. Ignacio godette e per un pomeriggio lo spirito di rivalsa non si accese a bruciargli le viscere. Fu grato ad Emiliano, complice involontario dell’incidente.
Tornati a  casa, Eduardo, al colmo della vergogna, si rinchiuse in camera rifiutando qualsiasi giustificazione del nipote, il quale rimediò diversi ceffoni e una punizione: andare a piedi sino alla missione di S. Carmelo, a 10 km dal paese, a portare il formaggio ai religiosi.
Per l’intera settimana nonno e nipote non si parlarono e toccò a Rosalia accompagnare il suocero a passeggio.
Una mattina di alcuni mesi dopo accadde l’evento che travolse i Pitanes.
III

L’alba di un altro monotono giorno si aggiunse al calendario. Il gallo sonnecchiava, dimentico dei suoi doveri. Alcune stelle ritardatarie brillavano.  Sulla strada qualcuno si avviava al pascolo con le pecore. Il chiarore del cielo non lasciava presagire acqua.
Un urlo, seguito a breve distanza da un secondo, gelò le ossa ai Pitanes e ai vicini.
“Non vedo! Cazzo non vedo niente!” Ignacio strappò le lenzuola appiccicate di sudore. Cadde dal letto sotto gli occhi di Rosalia, paralizzata. Ignacio si dibatteva come un animale notturno colto in flagrante dalla luce. Inciampò sulla cassa e sbatté contro l’armadio. Dalla porta irruppero i figli. Amalbo si avvicinò al padre per soccorrerlo, ma fu respinto con tale foga che perse l’equilibrio e cadde. Emiliano borbottava tra sé con le mani sul viso, inorridito, accostato alla porta. Orisia si accasciò pronunziando il Padre Nostro.
L’arrivo dei figli destò la madre. Scese dal letto e mollò un ceffone ad Orisia, per respingere il terrore che le impediva di avvicinarsi al marito.
“Corri a chiamare il dottore, stupida! Dio non c’entra niente!” sbraitò per evitare di crollare in un pianto isterico.
Il secondo urlo si levò dalla stanza del nonno, folle e selvaggio quanto il primo. Emiliano, bianco come la neve, si voltò, riprendendo a respirare. Qualcosa dentro di lui aveva capito quanto stava accadendo ad Ignacio, e così doveva essere accaduto ad Eduardo tredici anni prima.
Varcò la porta e vide il nonno in mutande, eretto, in mezzo alla stanza con le braccia levate al cielo. Se il padre era inumano, il nonno era fuori di sé. Delirava saltellando in modo infantile.
“Io vedo! Io sto vedendo tutto!” Gridava a squarciagola all’indirizzo del nipote di cui non conosceva il volto. Emiliano si ritirò al muro, terrorizzato di vedere. Appena si rese conto della sua presenza, Eduardo corse verso il giovane.  Lo abbracciò, quasi strozzandolo. Gli strappò i capelli, gli strinse le guance, gli piegò le braccia, singhiozzando il nome del ragazzo, riconosciuto dall’odore.
Naturalmente, il perdurare delle grida attirò gli insulti del vicinato. I cani latravano per richiamare l’attenzione dei padroni, i quali sbraitavano all’indirizzo dei Pitanes.
Il sole picchiava come una maledizione e la casa brulicava di gente. I due coniugi non erano usciti dalla camera e non comprendevano le grida isteriche di Eduardo, inconcepibili quanto la pretesa di aver ritrovato la vista, riferita dai figli.
Il nonno ballava con chiunque entrasse: ballava privo di remore, distribuendo enormi sorrisi all’esterrefatta folla. Nessuno osava fissarlo negli occhi temendo di perdere la vista e il panico si diffuse quando si sparse la voce su Ignacio. Alcune donne bussarono alla stanza da letto, ma furono respinte. Qualcun’altra preparò il caffè, altre lessero le carte o appesero aglio alle porte, sino a che si affacciò Rosalia, esasperata per l’indecente baccano. La donna si reggeva a malapena sulle gambe. Aggrappata alla ringhiera di legno, sembrava svenisse da un momento all’altro. Tutti si voltarono verso il pianerottolo zittendosi, all’infuori di Eduardo. Rosalia vide l’uomo che da tredici anni conosceva sotto tutt’altro aspetto. Ebbe paura di quell’uomo che non riconosceva più, se non dalla voce. Non riuscì a sopportare la visione. Un vocalizzo interrotto e svenne.
Dopo mezz’ora Eduardo si calmò, complice l’età. Si sedette rispondendo alle domande più svariate. Quando si ricordò di Ignacio salì le scale, accompagnato da uno stordito Emiliano.
“Figlio mio, è un miracolo!” Spalancò la porta ed irruppe nella stanza, ubriaco di luce.
“Cosa blateri, idiota?” e lo allontanò in modo rude. Ignacio non credette ai figli, tantomeno alle assurdità del padre. Li scacciò infuriato, tirando loro addosso qualsiasi oggetto a portata di mano. Accanto stava Rosalia, ancora svenuta.
“Stiamo sognando, vero?” domandò alla moglie.
L’assoluto silenzio nella camera era accentuato dalla confusione nel resto della casa. I paesani si sbizzarrirono nelle pratiche magiche.
“In questa casa è entrato il diavolo!” Sgozzarono una gallina, imbrattarono con il sangue i muri, appesero crocifissi.
Con l’arrivo del dottore gli animi si placarono.
Fuori dalla casa un capannello di persone origliava, dalla porta e dalla finestra. La prima a riprendersi fu Rosalia: appena rivide il nonno svenne una seconda volta. Il dottore non se ne curò.
“Cosa mi è successo?” ripeteva affranto Ignacio, con un filo di voce. L’odore di aglio stava appestando la casa.
“La vista si è indebolita. Hai fatto uno sforzo eccessivo.”  Il medico non sapeva cosa dirgli, i libri non prevedevano casi del genere. Preferì soffermarsi sul nonno; lui non aveva bisogno di spiegazioni confortanti.
“Stupefacente!” Lo fissò nelle pupille cercando una remota risposta.
Orisia era la più ingenua. “Come mai ti è venuta voglia di vederci?” Eduardo sorrise accarezzandole i capelli. Non era poi così bella come la descrivevano, sua nipote. Grassottella, le orecchie larghe, un leggero strabismo che non aveva notato quando era piccola, e i movimenti sgraziati. Ignacio aveva perso qualche capello e  il viso era solcato dalle rughe, la campagna lo aveva invecchiato. Tutta la sua figura presentava una pena malcelata, tipica dei vecchi.
Amalbo era forte, il primogenito che si prende i doni migliori dei genitori. Rosalia era ingrassata, appesantita dagli anni, ma sempre pronta a mostrare la grinta. Emiliano era alto e gracile, il viso di una canaglia e gli occhi di cui non interpreti i pensieri. Non perché non ci siano, bensì perché velati dalla timidezza.
Gli sguardi della famiglia trasmettevano diffidenza. Lo stupore era lampante, ma era uno stupore refrattario che preferiva lo scetticismo a quella svolta imbarazzante. Anche i paesani erano scettici. Si arrovellavano per trovare una spiegazione che cacciasse i dubbi di un’impostura lunga tredici anni. E quanto accaduto ad Ignacio? Non poteva trattarsi di una coincidenza. C’era di mezzo qualche macchinazione e spontaneo il pensiero volò al veleno per i topi. La folla corse nelle case per buttare via l’acqua dalle brocche. Terastian passò dallo scalpore allo sgomento. Per alcuni giorni la popolazione si abbeverò ai pozzi del paese vicino, fino a quando gli animali non presentarono alcun segno particolare e la paura svanì. Non il mistero.
Nel trambusto che perdurava, l’unica a ritenere che a fingere fosse il padre era Orisia. Stretta la mano al nonno gli raccontò la storia di ciò che vedeva per la prima volta. Il tavolo, le persone sconosciute, i fiori nel giardino, le case cresciute in fondo al pae-se. Con voce candida inventava fatti che poi collegava agli oggetti di cui il nonno domandava notizie. Una seggiola di legno dove si era seduto un principe trasformandola in argento, ma poi si era seduto un contadino ed era ritornata di legno, un fiore che cresceva solo con il latte e se le mucche lo mangiavano cacavano semi che, fritti, permettevano alle donne di avere il latte,  una panca della chiesa, rinvenuta dentro un pozzo dove serviva a offrire un po’ di comodità agli affogati, un muro costruito perché due vicini non potevano più vedersi dopo aver litigato per via di una cagna di uno dei due che aveva partorito sei gatti, le corna del toro Ercole, l’animale più forte della nazione, che fuggito da una corrida, distrugge l’arena, fa deragliare una locomotiva, devasta un circo e muore incornando se stesso in uno specchio.
Per due ore la ragazza descrisse con particolari pertinenti qualsiasi vicenda, mentre il nonno l’ascoltava, dispiaciuto per le meraviglie che si era perso.
A metà mattina, dopo aver bevuto tre caffè, il dottore lasciò la casa. Andò direttamente nel suo studio per esaminare la faccenda. Come uomo ci leggeva la malignità di una malefatta, come medico non accettava un simile evento. Non era neanche da prendersi in considerazione. In qualsiasi caso, non sapeva come porvi rimedio. Infine si decise: avrebbe informato i colleghi della capitale.
Alle sue spalle furoreggiava l’incoscienza giovanile del nonno che festeggiava, per niente interessato a scoprire il motivo dell’evento. Si preoccupò di recuperare il decennio perso a vagare nell’oscurità. Questo gli procurò un notevole malanimo da parte del paese; sembrava gioisse per la sorte del figlio. Che avesse fatto un patto con il diavolo? Magia o miracolo?
Quelli propensi al miracolo toccavano Eduardo, credendolo in possesso di poteri taumaturgici. Quanti giuravano si trattasse di magia,  si lavarono le mani con l’aglio e digiunarono sino al giorno dopo. Le voci si rincorrevano e lui rideva beffardo quando qualcuno vi accennava. Il tripudio non si spengeva neppure in casa, ma qui era più accorto, meno espansivo, sino a quando, accigliato dal clima luttuoso, preferì mangiare all’osteria. Circondato da una folla di vecchi amici che pendeva dalle sue labbra, esaudì i curiosi, offriva da bere e mangiava come uno sfondato.
Eduardo Pitanes era ritornato quello di un tempo. Solo la camminata lasciava in chi lo incontrava una sensazione di solitudine stantia.
Qualche giorno dopo, smaltita l’ubriacante gioia, Eduardo si recò alla rocca.
“La campagna ha conservato il mio posto.”
Al ritorno parlò con il figlio, ma questi gli rinfacciò le disgrazie piovute come grandine: il lavoro perso, la dipendenza totale, il senso di  inettitudine. Tutto ciò cozzava con la stupefacente vista improvvisamente ritrovata dal padre.
“Devo inginocchiarmi per supplicare di ritornare cieco?”
“Dovevi far diventare cieco qualcun altro! Non io che ti sopporto da quando sono nato!”
Il prete propose una processione di ringraziamento, ma se Eduardo aveva ricevuto la grazia, non si poteva dire altrettanto per Ignacio. Vista la disparità di sentimenti, la processione fu annullata il giorno stesso della richiesta; tuttavia il prete non si lasciò sfuggire l’occasione di parlarne nell’omelia domenicale. Indossò la pianeta viola, ed espose dal pulpito la posizione della Chiesa.
“Dio dà e Dio prende. Non aspetta quando siamo pronti. Il tempo del Signore non è il tempo dell’uomo. Ciò che per noi è interminabile, per Dio è un’inezia; ciò che per noi è doloroso per Dio è necessario. L’agire del Signore è imperscrutabile ai nostri pensieri. Per quanto talune vicende ci appaiano indecifrabili, la Sua presenza le rende significative. In ogni gesto di Dio c’è un disegno che fa parte di una visione infinita, che ci sfugge in quanto peccatori, privi della purezza divina. Il miracolo avvenuto nel nostro paese induce alla riflessione. Dio dispensa e Dio toglie, in qualsiasi momento. Ogni volta che recitiamo il Padre Nostro diciamo “Sia fatta la tua volontà.” Ma se enunciando questa semplice richiesta pretendiamo di assoggettare la volontà di Dio alla nostra, pecchiamo. Perciò dobbiamo sempre essere pronti, all’erta come una sentinella, perché quando Dio appare, ineluttabile è il suo operato.”
I fedeli lasciarono la chiesa mugugnando; non avevano capito da che parte stava il prete, mentre loro  si erano già schierati, elargendo una pusillanime ed elusiva solidarietà verso i Pitanes. Qualsiasi cosa si tratti, meglio a loro che a noi.
Ignacio non uscì più di casa e nessun estraneo vi entrò.
Lasciava la camera solo per pisciare. Il resto della giornata lo trascorreva cercando di scoprire la causa che aveva scatenato quello sconvolgimento.
Allo strazio del buio si aggiunse il tarlo del sospetto, che lo accompagnava da tredici anni. L’ultima parete di persuasione rimasta da sforacchiare, e quando divenne polvere, Eduardo fu travolto di veleno.
Una notte Ignacio aspettò nella cucina il padre di ritorno dai bagordi notturni. La porta si aprì senza scricchiolare e quando si chiuse le due ombre si contrapposero. Una in piedi, l’altra seduta, una silenziosa, l’altra  minacciosa, una rinvigorita, l’altra sfibrata.
“L’esistenza della mia famiglia è stata segnata dalla tua malvagità. Hai tentato di uccidermi con il veleno che hai finto di bere, pur di non lasciare questo paese di merda.  Adesso io sono cieco e tu hai raggiunto i tuoi scopi. Però sono io che comando e dispongo della mia famiglia, non tu. Tu non fai parte della mia famiglia, mai ne hai fatto parte. Ci hai diviso, per seguire le tue allucinazioni di vecchio rimbambito. Che tu possa maledire nei tuoi stramaledetti rimorsi del cazzo!”
L’indomani, senza informare nessuno, Eduardo prese la corriera.


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