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La polvere del tempo

La polvere del tempo

I Pensieri Della Nostalgia 1 Quante stelle stanotte nel cielo. Qualcuno ansima. Vuole afferrarle con raffiche ostinate che si addentrano nel buio.  Ancorate in immensi disegni sono troppo lontane. Anche per il vento. Irraggiungibili per scalfirne il destino. Qualcun’altro le odia. Non le può toccare, se non con gli occhi. Una provocazione che brilla. Un limite che ci fa uomini. Tutte le notti sono là. Ti avvincono. Un desiderio inarrestabile accompagna lo sguardo verso l’alto. Un fascino che i pensieri percepiscono quando si coricano, e le stelle avidamente ascoltano. Isole. Isole di luce sperdute nel mare del cielo. Bagliori che attendono. Moriranno gli uomini. Padri e figli vedranno le stesse stelle, nonni narreranno astri che perdurano a luccicare. Loro resteranno lassù. In fondo ci somigliamo: pure noi attendiamo. Un pensiero si divincolò dalla morsa del buio. La notte scorre sulla pelle inondando la giungla di oscurità. Non si scorge un alito di nebbia nel limpido nero. Allontana le impurità, che crollano, sfinite. La notte è trasparente. Offusca la polvere con la propria ombra. Quanto silenzio nell’aria. Evapora dal respiro della tenebre. Avvince la penombra, avvolgendola nella sua essenza. Le piante non trasudano il calore offerto dal sole, lo conservano gelosamente per dissetare la vita. Il profumo del raccolto si inerpica nell’aria. La terra ha donato il mais. Nuda e polverosa, rifiorirà. Gli scarni ciuffi restano insensibili alle carezze. Giovani e vecchi, freschi e avvizziti. Quella terra sarà il loro giaciglio sino alle prossime piogge. Invasa dagli animali è la notte. Scomparso il frastuono ritornano a diffondere la vita. Piccoli giganti che depongono le paure. C’è una gioia vitale dove non cade la luce. Le ombre degli alberi si allungano come i fuochi sul mare. Lontanissimo è il mare. Le onde camminano risalendo la riva. Laggiù, nessuno offusca la luna e il canto dell’acqua distoglie i pensieri putrefatti. Nella boscaglia la luce cola, infranta dalle foglie. Sulle cime degli alberi, è audace ed esplora curiosa. La giungla trattiene. Il mare libera. Spettatori impassibili le montagne raccontano la loro età. Si stagliano contro i passi degli uomini, imperturbabili. Eterne, celano il domani che apparirà con l’aurora. La pazienza è delle montagne. Immobili osservano fluire. È arduo logorarle, non si emozionano. Hanno il cuore scolpito nella pietra. Tutto appartiene alle montagne perché loro rimarranno. Loro contemplano l’eternità. Quanta musica dentro la notte. Fluttua nell’aria una schiera di suoni. Fremiti leggeri che vagano. Le membra del buio li osservano. Ascolta il silenzio. Seduto si ferma, rapito dalle note. Saltellano e in coro accompagnano un suono che cresce, lotta con il tenebrore in attesa della luna. Un’esile corda articola una melodia. Trascinata dai toni si sposta leggiadra. Eleganti colori ondeggiano e puntuali accennano l’orizzonte. Si intrecciano i suoni. Davanti alla giungla intorpidita palpitano, come ricordi incatenati alla malinconia. Respirano silenzio. Quante ali per inseguirlo, la loro corrente è lo stupore. Quello che  blandisce l’oscurità attraverso sogni trafelati. Prigionieri impalpabili non si soffermano mai. Pensieri. Pensieri che vagano. Mormorii che si insinuano sulla coltre fosca. Non riuscirai a strapparli alla notte. La luna sorride. La sua luce narra il cielo. Lei sopra la musica, accompagna il concerto che riempie le notti, sino al fulgore del sole. Luccicano i bagliori dei suoni, scintilla il battito della voce, nasce la luminosità del chiarore. La musica assopita si scioglie. Fugge altrove. La luce frantuma il buio. Compare la stanchezza dei giochi notturni. Si estinguono le stelle. Si ritraggono le ombre. Esplo-de l’aurora in un bagno di tonalità prepotenti. Sta nascendo un giorno. Nella sua differenza appare uguale agli altri. Gli occhi si velano di banalità, non apprezzano la ricchezza dell’immutabile che muta. Trasparente, per chi non vuole vederlo. Eppure, le differenze esistono: le causano gli uomini. Incendia il sole le spalle alle montagne. Un’onda impetuosa irradia rumori. Il torpore notturno abbandona l’orizzonte. Nessuno necessita della sua morbidezza. Impetuose sensazioni si accapar-rano il primo calore. Si solleva il filo d’erba, si scuotono gli alberi, volano le ali. Nelle gocce di rugiada si nasconde l’ultima ombra della notte. Luccicherà per poco. Tutto è tramutato. È svanita in altri luoghi la notte, per profondere nel buio pensieri destinati a non fermarsi. Un altro rumore: un labirinto di lingue, quanti i sentieri voluti dall’acqua, avanza inquieto. Voci sconosciute, dialoghi oscuri. Frasi in un frammento della frangente notte. La giungla parla nel profondo della notte, dove l’intrigo degli alberi rende impenetrabile qualsiasi passo. La giungla si nutre di pensieri che il buio strappa alle radici e la luce dissolve. Il giorno non ritarda mai. Puntuale, incide ogni palmo della terra. Implacabile, allarga la strada al sole e per ultimo abbandona il cielo. Il sole è potente con il suo braccio che traccia la via. Il giorno ha braccia, occhi, gambe. Per questo tocca, vede, giunge. Il giorno è indifferente, non si chiede cosa accade. Con voracità inghiotte il buio. Preferisce diffondersi in ciò che diffonde. È uno specchio d’acqua: riflette senza attenuare gli errori. Ha perso ogni recondita sfumatura. Vede solo se stesso. Intriso della vita non può carpire le effusioni del silenzio notturno. L’intimità cresciuta nel buio si assopisce nei colori, dispensando un sospiro. Improvviso è il fastidio di una voce. Un’esclamazione lontana lacera l’incantesimo del risveglio. Distoglie la quiete sul sentiero che separa i campi di mais dalla giungla. In alto, spiumano gli uccelli spaventati, nascoste le scimmie schiamazzano, capibara si acquattano in impenetrabili cespugli. La giungla è sempre viva, ma è nella luce che si esprime interamente. I colori cancellati dall’oscurità esplodono prepotenti a sfidare  l’invadenza del verde. Emoziona il rosso dei fiori, stordisce il giallo delle farfalle, turba il bianco delle ninfee,  incanta il celeste dei pappagalli. Chiazze che macchiano la vegetazione. I colori non si contano nello scenario verde della giungla e nel blu del cielo. Nuovi e continui rumori si insediano nell’aria. Il ronzio delle api alla ricerca del nettare, le lucer-tole sui tronchi irraggiati dall’alba, le scimmie che sgranocchiano la frutta, gli jabirù a caccia di pesci, il formichiere che devasta i nidi. Suoni, rumori, sussurri, grugniti, fruscii, passi furtivi, scatti improvvisi, schiamazzi, fischi, strilli, richiami. Dietro ogni foglia ci sono occhi  circospetti. Sopra un albero artigli in agguato. Nell’aria ali che battono. Qualcuno muore e qualcuno nasce nel ventre della giungla. La giungla non si emoziona perché non ha ricordi. Non si smarrisce perché non ha sentimenti. Non è curiosa perché sa tutto. Occhi scoraggiati fissano il nuovo venuto. Il mais è stato tagliato da poco, rimangono ciuffi desolati e impronte. L’uomo non fatica a ricordare i raccolti passati, i canti delle persone. Si avvicina. Si china. Raccoglie una manciata di terra. La struscia nella mano gettandola con un brusco movimento. Posa il sacco. Avanza e girandosi controlla le impronte. Saltella felice e sorridente sino a quando si accorge di sforzarsi. Si ferma rapito dal panorama e nota alcuni chicchi. Li raccoglie. Li mette in bocca, gustandoli con la saliva. Sono terrosi e li sputa. Il sapore non è generoso. Il paesaggio è avvolto dalla cupezza. Contrasta con il cielo azzurro intenso. Gli occhi del nuovo arrivato si posano in punti prestabiliti. Emanano una luce d’intensità stanca per qualcosa di già visto. Si soffermano il tempo necessario per scorgere cambiamenti,  poi proseguono. Intanto il sole sale, accorciando le ombre. Non dà tregua alle piante prosciugandole dell’acqua conquistata nella notte. Adesso l’uomo percorre un sentiero in mezzo ai campi e il sole gli scalda la schiena. Davanti a sé una radura disseminata di case. Un villaggio. Una radura lunga e stretta rubata alla giungla. Un lembo di terra dove i cespugli non crescono, uno spazio di luce ed aria. Gli occhi godono distendendosi all’orizzonte. Il cielo si apre completamente, non un ramo che lo nasconda. Un gruppo di case disposte una di fronte all’altra, separate da una polverosa strada. Piccole, misere, fragili. Stanno in piedi grazie al fango e alle canne di bambù intrecciate alle liane.  I muri, un impasto di terra, foglie ed acqua seccato al sole, sono storti e spessi, per trattenere il fresco. Alcuni sono rinforzati con pali piantati nel terreno. Ogni tanto crolla un tetto. I lavori non terminano mai, ad ogni tempesta occorre un nuovo impasto. Dalle porte e dalle finestre stracci penzolanti proteggono l’intimità e respingono la calura. Le case hanno una tettoia che sporge sulla strada, difendono dal sole nelle ore di riposo. Il caldo soffocante fiacca, impedisce gli sforzi rallentando ogni attività. La pioggia, pur danneggiando le case, è la benvenuta. Rinfresca e calma la testa. Tronchi di alberi, utilizzati per sedersi, stanno sotto le tettoie. Dentro c’è l’essenziale: le amache, un tavolo tremolante di pietre e legno, qualche vaso per l’acqua e altri recipienti. Tutto è precario in una casa, ogni giorno manca qualcosa, qualcosa si rompe. Camminando si alza la polvere. Le ciotole giacciono per terra fra animali che entrano e escono. I vasi dell’acqua sono  sbeccati e terrosi, i vestiti sparsi nel disordine, un odore pesante risiede indisturbato. Non c’è nulla di definitivo dentro le case. Neanche gli uomini e le donne che ci vivono. La strada curva e al centro del villaggio si allarga, formando una rudimentale piazza, dove si erge un albero. Alto, supera di gran lunga le case e il tronco è talmente largo che occorrono tre uomini per abbracciarlo. Vicino a lui chiunque appare insignificante. I rami bassi, pure loro imponenti, si suddividono in altri rami ricchi di foglie che nascondono il tronco scuro e la corteccia spessa e coriacea. A dispetto degli altri alberi della giungla, in questo è difficile arrampicarsi. I punti di appoggio sono distanti fra loro e scivolosi.  Solo le scimmie, e non tutte, arrivano a introdursi nella chioma e gli uccelli a toccare le fronde. Le radici affiorano sul terreno come serpenti addormentati. Sentinelle minacciose a guardia di qualcosa che in tutta la radura è l’unico definitivo. Forse, solo la giungla era più definitiva dell’albero. L’uomo appena arrivato lo fissa incattivito dai campi. Sa che c’è, eppure spera. Però appena messo piede sulla radura e notato le case, sapeva che l’albero era ancora al suo posto. Padrone della radura e di tutto quello che contiene. L’unico abitante. Sfida imponente, come se lui decidesse per tutti. Dall’alto domina il villaggio e dalla sua cima si ammira la giungla. Ma nessuno vi è mai salito. Si eleva superbo, avvolto di  foglie scure. I raggi del sole stentano a penetrare e il vento scuote  appena i rami esterni. Esposto completamente al sole, al vento, ai diluvi, si è irrobustito. Niente lo scalfisce. È  vecchissimo. Nessuno l’ha visto piccolo. E non ci sono racconti di vecchi che si perdono nel tempo. È lì, come se ci fosse da sempre. La corteccia presenta varie spaccature, rami staccatisi nel tempo. Ha un’aria stanca, eppure non si scompone. Non è lui che si deve occupare degli altri. Sono gli altri che si occupano di lui. Proseguendo si arriva al fiume. Senza vederlo l’uomo rammenta. Poco oltre le ultime case, il fiume forma un’ansa dove le donne attingono l’acqua, lavano i vestiti, il cibo, e i bambini giocano. Il fiume è indispensabile, per la rigogliosa vegetazione e per il villaggio, che sfiora. Dona acqua ai campi assetati e agli uomini. Svariati sentieri portano al fiume la cui acqua limpida e verdastra si muove svogliatamente. Il fiume segna l’altro confine del villaggio. Qui la radura è assediata dagli alberi e mangiata dalle piante. Oltre, la giungla e i sentieri percorsi dagli uomini e dagli animali, quando vanno ad abbeverarsi al tramonto. Appena sale dalle montagne, il sole brucia le teste. Gli abitanti non ci badano, abituati a conviverci dalla nascita. Gli uomini si dedicano alla coltivazione della terra e alla caccia. I bambini si ritrovano nella piazza per una nuova lunga giornata di giochi, i giovani lavorano i campi e imparano a cacciare, le donne lavano al fiume e si occupano del mangiare. La pelle è scura e  liscia, priva di peli. I capelli neri e lunghi. I volti hanno lineamenti poco accentuati, le labbra prominenti e le guance scarne. Gli occhi sono scuri come i capelli, il naso è grosso e la fronte piccola. Sono di statura bassa, magri e allo stesso tempo robusti. Si assomigliano, quasi che avessero la madre in comune. Sulla testa,  gli adulti portano cappelli fatti con le foglie di mais intrecciate. Indossano vestiti leggeri e colorati per mantenere fresco il corpo. Gli uomini stanno a petto nudo, all’altezza della vita scende un indumento sino al polpaccio. La notte e alle feste si coprono, mentre le donne portano un unico vestito che arriva alle ginocchia. Camminano scalzi e i bambini girano nudi sino a quando non si vergognano. Le loro grida riempiono la piazza del villaggio. Si irrobustiscono giocando e i più forti imitano le gesta dei padri. Al contrario, i bambini gracili non raggiungono il gruppo degli Adulti. La giungla li uccide, se non li ritiene adatti. All’alba le case si svuotano,  le voci degli uomini si mescolano con le voci degli uccelli. Non è raro sentire un padre brontolare alla ricerca del figlio nascosto con gli amici lontano dalla fatica. Le madri non rincorrono nessuno. Si occupano della casa, allevano i figli e mantengono puliti i campi assediati dalle erbacce. La giungla cresce implacabile intorno al villaggio, ogni giorno va contrastata. La giungla domina, il giorno e la notte, il caldo soffocante del giorno, l’umidità della notte e le piogge improvvise che rovesciano fiumi di acqua. Il verde non lascia spazio ad altri colori se non ai variopinti fiori che sbocciano sulle radici sporgenti degli alberi e agli uccelli. I fiori emanano profumi intensi che scivolando nell’aria affascinano gli occhi. Gli alberi altissimi sono spogli di rami dalla metà in giù e ne sono ricolmi in alto da formare un immenso tetto verde. Da lì scendono liane grosse come un braccio e dure come legno. Esse si contorcono, si sovrappongono e reggono senza sforzo il peso di un uomo. Dove arriva la luce del sole crescono felci e cespugli, fiori e funghi. La giungla sembra un immenso disordine, un miscuglio di vegetazione e animali, un intrigo in cui perdersi. È immortale. Neppure la siccità le impedisce di avanzare. La giungla provvede alla frutta prelibata, alla carne tenera dei capibara o più dura delle scimmie e alle piante per la cura delle malattie. La giungla è amica e protegge, ma a volte deve essere estirpata per impedirle di sopraffare le case. Da una piccola radura dove si ergeva una fragile capanna le stagioni hanno fiorito figli e combattuto l’accanita vegetazione per allargare la libertà. Case più robuste, campi più fecondi, uomini disposti a sacrificarsi per vedere un popolo crescere e rafforzarsi nei legami. Quel villaggio era una speranza. Il presente non si avvicina al passato, pochi giorni rimangono vicini, poi il tempo dimentica. Il tempo non ricorda chi non esiste più e la memoria si disperde nelle giornate dove il sole comanda. Altre sono le corde, le catene. Familiari a qualcuno, estranei a molti altri.
Nuova Speranza persegue la sua strada avendo cura dei propri figli, proteggendoli dagli anomali pensieri che riportano gli uomini dai loro viaggi.


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