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Echi di leggende

Echi di leggende

L’Odissea

“È proprio vero, si nasce con un destino da cui non possiamo liberarci.
Siamo segnati e, come tali, identificati.
Per questo non ho cercato un’altra strada. Data la mia situazione era impossibile, e sinceramente non mi dispero; sono nata per adempiere un compito e so di aver fatto del mio meglio.
Ho viaggiato in continuazione, visitando luoghi incredibili. Ho conosciuto persone  eccentriche e mi sono trovata in situazioni pericolose. Ma ogni volta che ritenevo concluso il mio girovagare, una mano accorreva e il mio funambolico viaggio ricominciava.
Mi piace il contatto con la gente; anche se qualcuno mi detesta, non posso farne a meno. D’altronde, è l’unico espediente a mia disposizione. Per questo non ho mai nascosto le mie qualità. Le ho ostentate e offerte, adattandomi a chiunque premevo. Ho soccorso persone in difficoltà, ho agito da tramite in miriadi di favori; insignificanti azioni quotidiane, nondimeno indispensabili, in quanto parte di un meccanismo intricato e perverso nel quale ho eseguito il mio modesto dovere.
Ho attraversato periodi esaltanti e penosi, sono stata giudicata, svalutata,  sfruttata, usata come merce di scambio. Mi si accusa di essere una adescatrice, ma che colpa ne ho se gli uomini sono ingordi? Sono un valore, rappresento una loro garanzia. Io dovrei lamentarmi, sempre in balia degli umori umani, della loro insopprimibile voglia di protagonismo e dominio! Vivere in mezzo agli uomini è arduo: sono ingrati. Fai loro un favore e hanno da criticare; mai che si scomodino a ringraziare, mai che valutino obiettivamente i nostri meriti.
Tuttavia, non biasimo, né recrimino: quel che è stato è stato.
Ripensando alle mie vicissitudini ammetto che la mia non è stata una vita noiosa. Quasi non mi sembra possibile trovarmi adesso qui, rappezzata alla meglio, bandita  e pronta per essere gettata nel fuoco. Mi hanno tolto persino l’anima e mescolata con gli alti valori, spacciati per autentici. Potessi allontanarmi e morire dignitosamente, come si conviene a chi si è comportato in modo retto.
Ricordo il primo giorno attaccata alle mie compagne, profumata di stampa e con l’entusiasmo di una principiante. Eravamo meravigliose: lucide, senza pieghe. Perfette. Non vedevamo il momento di appagare i bisogni per i quali eravamo state create.
Ancora fresche ci tagliarono, suddividendoci in mazzette. Imparammo presto a riconoscere il contatto con la mano, il frusciare delle dita, il devastante solletico della macchinetta contatrice. L’attesa fu palpitante: inebriate per ciò che ci attendeva, scalpitavamo. Sballottata da una cassaforte all’altra, mi ritrovai in una banca. Ero delusa, non avevo ancora concluso  il mio primo scambio! Ci pensarono le sorelle più anziane a risollevarmi. L’inizio era sempre così, dissero, dovevo ambientarmi, perdere l’odore di stampa, sporcarmi, spiegazzarmi, insomma somigliare alle veterane. Le persone diffidano se siamo troppo nuove.
Restammo nella cassaforte quanto basta per venire a conoscenza di alcune storie sull’avidità degli uomini che ci atterrirono. Una mano poi ci liberò dall’elastico per introdurci in un cassetto. Ero emozionata e spaventata; la vita mi si presentava con tante difficoltà e da sola dovevo arrangiarmi. Le amiche più care, con cui avevo intrapreso il viaggio iniziale, scomparvero per sempre. Al mio fianco una mazzetta di valori alti. Fu il primo impatto e come gli incontri che seguirono fu caratterizzato dal sospetto. Come se non bastasse mi imbattei nei peggiori elastici, degli aguzzini spietati capaci di mortificarti, sino a rigarti la pelle. Solo ora posso affermarlo con certezza: lì iniziò la mia vita e se quel giorno era festivo non sarei qui a ricordare, ma là fuori, dove è il mio posto.
Una mano mi prese e mi ritrovai in un anfratto di cuoio caldo e morbido. Un lato del mio corpo era a contatto con un valore alto che non nascose il suo ribrezzo.
“Non ti appoggiare a me!”
“…Non c’è spazio…” replicai timidamente.
“Non mi importa! Stai con quelle del tuo valore.”
Quanta puzza al naso quelle antipatiche. Imparai presto che trovarsi affiancate a  loro è deprimente, sei presa di mira, derisa. È spiacevole ingoiare affermazioni del tipo: “Per fare una come me ci vogliono dieci di voi!”
Si compiacciono nell’esibire gli zeri che adornano il loro corpo. Altezzose e capricciose, si danno tante arie e si vantano perché gli uomini per una di loro sono capaci di fare pazzie. Non ne ho conosciuta una modesta, che non facesse pesare la sua presenza. In molte tasche avevano addirittura un posto riservato e guai ad entrarvi. Non si confidavano con noi e certo non le rimpiango. Parlavano come se esistessero solo loro e strillavano se qualcuna si avvicinava troppo.
Avevano dimenticato che erano fatte della nostra stessa pelle.
Per fortuna non esistevano solo loro. Una sorella anziana mi risollevò.
“È la prima volta che esci?”
“Sì!”
“Non  preoccuparti, ti abituerai a trasferirti da una tasca all’altra. In fondo è divertente. Per quanto riguarda i valori alti, lasciali perdere. Non ti confondere con le loro chiacchiere, non fanno che magnificarsi.”
Mi spiegò alcuni trucchi, le situazioni più comuni, gli inconvenienti in cui mi sarei imbattuta, i rischi da evitare. Stava ancora parlando quando ci divisero. Tre dita si infilarono scegliendo lei. Persi la mia amica, ma accanto mi ritrovai un’altra sorella rimasta in disparte. Pure questa mi aiutò; conobbi i capricci più comuni degli uomini e più sapevo, più grande era il desiderio di iniziare.
Non ricordo quanto rimasi nella tasca, vedevo sorelle e valori alti andare e venire. C’era un ricambio frequente, solo  io restavo al mio posto. Sospiravo quando le mani entravano e sbuffavo quando si ritiravano. Forse l’uomo voleva rimandare la mia uscita, temeva per la mia incolumità. Forse non ero preparata per affrontare il mondo. Non c’era verso di protestare, lui non ascoltava. Decideva come se sapesse cosa era bene per me. Se solo le mie sorelle si fossero scansate quando entravano le dita!
Mi consolavano: “Quando meno te lo aspetti verrà il tuo momento. Non tormentarti, ci siamo passate tutte.” Io non ne ero convinta. Mi sentivo esclusa. Ricevevo scarsa attenzione, salvo qualche bella parola, mentre le altre entravano e uscivano.
Finalmente, le dita si interessarono anche di me. Mi afferrarono depositandomi su un tavolo. Qui fui sepolta da alcuni libri: volevano farmi dimagrire dell’altro? Giunsi a rimpiangere il tempo quando aspettavo nella tasca, almeno c’era qualcuno con cui chiacchierare. Il supplizio durò poco, tuttavia le sorprese non terminarono. Mi ero illusa:  pregustavo la libertà, i viaggi, le amicizie, quando mi ritrovai appesa ad una parete. Che destino infame: in mano ad un collezionista! Un  vetro mi imprigionava e allo stesso tempo mi teneva bene in vista. Accanto, sorelle di altre generazioni e straniere. Una situazione patetica. Noi, create per circolare, costrette al ristagno più totale.
Che desolazione. Gli uomini si interessavano di me solo per curiosità: giudicavano, confrontavano, stilavano classifiche. Non era quello che avevo sognato.
Un uccello per essere tale deve volare altrimenti la sua originalità è inutile, non lo distingue dagli altri. Per questo un uccello in gabbia non è più un uccello, è un ornamento. Così era per me. Non ero più un potere d’acquisto, ma un fronzolo, una curiosità di qualche attimo.
Per fortuna il destino decise di intervenire e cambiare la mia sorte. Una notte entrarono in casa degli sconosciuti che ci prelevarono dal muro. Rimasi prudente, temendo uno scherzo o il trasferimento in un’altra teca. Invece, mi ritrovai in una tasca con altre sorelle. Ricominciare a parlare, sentire voci familiari, circolare; fu come essere ristampata. Persino stare accanto ai valori alti non mi infastidiva.
Il mio corpo si abituò subito alle pieghe. Anzi, le stropicciature che subivo erano di gran lunga più piacevoli delle cure riservatami quando stavo nel vetro. Dovevo sgranchirmi, smaltire l’intorpidimento dopo il forzato immobilismo. L’ideale era muoversi, saltellare da un posto all’altro.
Per mia somma gioia questo si realizzò.
L’uomo mi agguantò energicamente, scambiandomi con un bicchiere di liquore. Mi ritrovai in un locale poco raccomandabile. Il gestore aveva le mani puzzolenti di fumo, nodose e unte. Mi osservò blaterando qualcosa, probabilmente non ne aveva mai vista una simile. Ero preoccupata e allo stesso tempo fiduciosa, non poteva farmi del male. Mi sbatté in un cassetto dove ero la più pulita. Credo che volesse liberarsi di me, ero troppo diversa e a lui questo non piaceva.
Ritornai in una tasca e con grandissima sorpresa mi imbattei in un alto valore senza anima. La osservai scrupolosamente. Era uguale alle altre, la stessa pelle, lo stesso disegno, la stessa supponenza. Non presentava sbavature, eppure era diversa: non aveva l’anima.
“Come fai a vivere senza?” le chiesi sbigottita.
“Non è così importante!” pure la voce era uguale.
“Senza anima non si è niente, non abbiamo senso di esistere!”
“Io vivo ugualmente.” era sicura di sé.
“Gli uomini ti scopriranno, non hai alcuna possibilità.”
“Sono praticamente perfetta, nessuno può distinguermi dalle altre.”
“Ci guarderanno con sospetto, avranno dei pregiudizi nei nostri confronti.”
“Sono stati loro a crearmi.”
Disgustata troncai la discussione. Ero orgogliosa della mia anima, dava senso alla mia esistenza. Ero qualcuno, mentre la boriosa con cui dividevo lo spazio non valeva niente. Una meschina che prima o poi sarebbe stata ripudiata. Non si può fingere tutta la vita; quello che siamo balza con ogni evidenza e allora si traggono delle conclusioni, si fanno delle scelte, si prendono dei provvedimenti.
Lasciai l’alto valore con sollievo. Se mi scoprivano in sua compagnia sarei stata giudicata con ostilità, seguendola nella sorte. L’uomo mi barattò con un giornale. All’edicola raccontai la disavventura a nuove sorelle e poi ripartii. Ormai la mia vita era diventata un viaggiare forsennato, un transitare da un luogo all’altro, una fuga continua.
Come resto finii nelle mani di una donna, la quale mi cedette per una colazione. Il tempo di guardarmi nella cassa che ero nelle mani di un’altra persona che acquistò della frutta. Dalla borsa di una vecchietta entrai in un panificio. Mi tuffarono alla rinfusa sopra un mucchio di sorelle sulle quali se ne aggiungevano via via altre. Passai ad un ragazzo che aveva il vizio di  accartorciarmi. Furono momenti d’inferno fino a che non contento mi piegò in quattro consegnandomi ad un barista. Ripresi fiato. Una donna mi curò stirandomi con le dita e deponendomi in un cesto. Altre amicizie, chiacchiere veloci ed eccomi di nuovo in viaggio, salvo brevi soste. In una di queste capitai in una tasca elegante con altre sorelle, e almeno con loro l’amicizia fu più lunga.
Si lamentavano della propria vita, delle disavventure capitate, dei problemi quotidiani, dei maltrattamenti subiti. Ascoltandole, dovetti  ricredermi. Ritenevo che nessuna avesse patito quanto me e invece avevano i loro grattacapi, non invidiabili. Addirittura, se avessi avuto la possibilità di cambiare la mia vita con la loro avrei rifiutato. Era più rassicurante la mia afflizione che quella delle altre. Mi stavo affezionando al mio burrascoso passato.
Nacque un piacevole idillio e promettemmo di rivederci in futuro. Eravamo ottimiste. Io fui la seconda ad andarmene, diventando parte dell’incasso di un cinema. Insieme ad altre fui trasferita in una cassaforte. Ritornai in banca dove caddi in un circolo vizioso, saltando da un cassetto all’altro. Qui si fa sfoggio di assegni, i quali, sebbene tendano a ridimensionare il nostro campo d’azione, non avrebbero alcun valore senza di noi. Cercavo di farglielo capire, ma testardi rispondevano che ci avrebbero soppiantato. Il crescente nervosismo era dovuto al loro indiscriminato uso e consumo. Si stava facendo largo un pericoloso modo di pensare: il denaro come idea. Si paventava un futuro apocalittico: ridotte a viaggiare con minor frequenza, trasformate in cifre, numeri che riempivano gli schermi dei computer, mentre gli uomini spasimavano per fogli che rappresentavano un milione o un miliardo di noi. Le carte di credito si basavano proprio su questo e il processo sembrava inarrestabile. Non c’era di che stare allegre, anche se francamente le ritenevo previsioni troppo disfattiste. Preferivo occuparmi del mal di bordo che pativo nella banca, quella non era una congettura.
Prediligo di gran lunga la posizione orizzontale quando tutto il corpo si adagia sulla superficie. In verticale il peso si scarica sul bordo con la conseguenza che soffre, delicato com’è. Nella posizione orizzontale siamo schiacciate dalle sorelle è vero, ma il peso è distribuito equamente. Purtroppo, in simili luoghi ci trattano scortesemente: siamo tante e non apparteniamo a nessuno, quello che ci accade non interessa minimamente. Non abbiamo diritti, solo doveri nei confronti di chi ci possiede.
Ripresi il mio viaggio sotto forma di pensione. Fui usata per un gelato, scambiata assieme ad altre nove per un alto valore e ceduta per una medicina. Nacquero nuove temporanee amicizie, altre vite si incrociarono per alcuni istanti. Ogni sorella aveva una storia da raccontare ed era interessante ascoltarla, per rendermi conto che avevamo un unico destino. Sembravamo assai diverse, le nostre strade talmente lontane, perseguitate dal proprio viaggiare. Eppure, vivevamo per un unico scopo. Chi passava la vita in banca, chi corrompeva, chi si riciclava, chi realizzava opere di carità, chi ricattava, tuttavia, involontariamente perseguivamo il nostro scopo. Solo ora, arrivata alla fine del viaggio, mi rendo conto e mi spiego tante situazioni in cui mi sono imbattuta. Prese una per una valgono poco, non hanno un grande peso, ma, viste in successione, assumono un significato preciso. Un destino.
Ripartii. Un uomo si procurò dei biglietti per l’autobus, un altro mi prese come resto e subito mi cedette per un libro. La proprietaria del negozio mi usò per prendere un profumo, in seguito passai nella tasca di un giovane dove ebbi un brutto incontro. Una sorella del mio stesso valore con un altro disegno! Era meglio incontrare il più antipatico alto valore senza anima, piuttosto che questa sconosciuta. Provai immediatamente una sensazione di pericolo. Da dove proveniva questa sorella diversa? Quali erano le sue intenzioni? Perché esisteva? Non bastavamo noi?
Venni a sapere che era una nuova razza e che si stava diffondendo rapidamente. Se non reagivamo eravamo destinate a scomparire. Dopo quella volta le incontrai di continuo e quando mi trovavo in compagnia di una sorella con il mio stesso disegno, manifestavamo le nostre inquietudini. Si moltiplicavano, erano nei luoghi più disparati, e si appropriavano dello spazio e dell’attenzione degli uomini. Fu sgradevole  conviverci, e non nego di averle ritenute inferiori. Non le reputavo degne della mia considerazione, la loro presenza mi irritava. Insorgevano pensieri bellicosi alla loro vista. Erano una minaccia per il mio futuro e per la mia sicurezza.
Il viaggio proseguì. Un giovane mi consegnò ad una ragazza  che mi scambiò con una pizza. Il tempo di ambientarsi che ero in altre mani. Finii in una gioielleria, dal ferramenta per qualche chiodo, in una tabaccheria e in un supermercato. Pagai un posteggiatore che si servì di me per acquistare caramelle, quindi fui scambiata con dei francobolli e la vecchietta che mi prese mi introdusse in una scatola puzzolente piegandomi in due. Sentii una fitta tremenda, un nauseante odore mi stordì. Ero servita per accendere una candela, mi spiegarono dei fratelli di ferro e due sorelle. Fu uno dei rari momenti che mi interessai dei fratelli. Erano valori molto bassi, rumorosi, ingombranti e indisponenti. La loro voce rozza rimbombava fra le pareti gelide. Tentai un’amicizia, ma preferivano appartarsi fra loro e me ne disinteressai. La scatola si aprì e una persona ci consegnò ad un uomo che ci scambiò con del pane. Io presi un’altra strada; ritornai in un bar, mi spostai in un negozio di vestiti, fui utilizzata in una puntata alle corse dei cavalli, dove nessuno mi disse se avevo vinto, e, infine, mi ritrovai come mancia nel piatto di un ristorante.
Il cameriere mi barattò con una sorella della nuova razza gettandomi nella cassa. Subii una tremenda umiliazione: rifiutata per una che non era nemmeno mia sorella, solo perché secondo lui ero fuori corso. Quanto le detestavo. Approfittavano della giovane età per suggestionare gli uomini, e come ci riuscivano! Se la prima volta provai timore e diffidenza, adesso le odiavo: per colpa loro ero messa da parte.
Qualcuno ha detto che non tutto il male viene per nuocere ed ha ragione. Non sapevo di andare incontro ad uno dei momenti più splendidi della mia vita. In quella cassa mi prese l’uomo che più di ogni altro mi curò amorevolmente. Ero sporca e stropicciata e lui mi infilò in lavatrice con altre sorelle nelle mie stesse condizioni. Fui sbattuta, rigirata e centrifugata. Quanta acqua e sapone si riversarono sul mio corpo. Ne uscii frastornata, ma appena il ferro caldo si posò sopra di me provai una sensazione di morbidezza e rilassatezza che rimpiango tuttora. Mi rinvigorii. Le grinze scomparvero, la pelle ritornò liscia, riacquistando un po’ del colore originale. Rimasero le pieghe agli angoli, le cicatrici erano troppo profonde per rimarginarsi completamente.
Per preservarci dalla polvere ci dispose in un cassetto, catalogandoci a seconda del nome, a proposito il mio è FA 630206 T. Ci trattava con premura e talvolta ci radunava sopra un letto. L’uomo godeva nell’ammassarci, ammaliato dal nostro frusciare. Ci vezzeggiava, adorava il nostro contatto sulla sua pelle. Eravamo entusiaste, ma ci prese la nostalgia. Il nostro istinto imponeva di  viaggiare, di essere presenti là dove era necessario. Crebbe l’insoddisfazione e l’uomo se ne accorse perché bruscamente si liberò di noi. Non ci volle molto a capire il motivo del perentorio gesto. Il nostro valore scese, ci svalutarono e molti se la presero con noi. Quante ingiurie, maltrattamenti, neanche fossimo la causa degli errori altrui, e come se strapparci  risolvesse qualcosa. Che vergogna  provai. Se ne avessi avuto la possibilità mi sarei convertita in qualche banconota straniera.
Uno sa quanto può contare su di te e invece le tue potenzialità crollano. Ci svalutarono perché eravamo  troppe. Secondo me la  colpa era della nuova razza, sempre più invadente e numerosa, al punto di inflazionare le nostre capacità.
Per via di questa crisi fui piegata e introdotta in una stretta fessura, senza tanti complimenti. Credevo fosse la fine: l’inferno si spalancò travolgendomi d’angoscia. Precipitai sopra una montagna di fratelli e sorelle. Era terribilmente buio, solo un fioco raggio di luce cadeva da una fenditura posta in alto. All’interno rimbombava un vociare ininterrotto di lamenti: “Spostati più in là! Mi stai venendo addosso! Qui c’ero io!  Non pestarmi il bordo!” Una calca assordante e  sconvolgente, muoversi era pressoché impossibile. Si respirava a stento, per mia fortuna ero l’ultima arrivata e sfruttai la possibilità di distendermi. Chissà quanto soffrivano le sorelle poste in basso, soffocate dalla ressa. Fu l’occasione per allargare le amicizie e imparare ad apprezzare i fratelli. Forse la circostanza ammorbidì il loro atteggiamento, sta di fatto che mi trovai bene e conobbi aspetti della loro vita per me oscuri. Mi impressionò l’età: erano vecchi da non ricordare molte vicende del loro passato. I corpi non presentavano ferite né screpolature, la pelle rigida li rendeva indistruttibili. La forma buffa e compatta gli permetteva di infilarsi ovunque comodamente. Al contrario, noi banconote dovevamo adattarci con notevole sacrificio per il corpo delicato e flessuoso. Erano sporchi, questo sì. Il sudicio era una loro caratteristica. L’unto e il grasso colavano e quando li urtavo si appiccicava a me. La mia pelle si macchiò di grasso e ancor oggi ne porto le tracce, comunque  mi resi conto che meritavano rispetto, non solo per la loro età. Nel piccolo perseguivano il mio stesso scopo e inevitabilmente questo mi avvicinò a loro, riconoscendoli come fratelli.
Quando rividi la luce provai dispiacere nel separarmi da quella folla rumorosa. Mi ero affezionata.  Ma una volta fuori riprovai l’indefinibile ebbrezza del contatto con le mani, l’essere trascinata da una cassa all’altra, il trasferirsi di tasca in tasca, il transitare da un affare all’altro. Mi sentivo indispensabile, al centro degli interessi, il fulcro della società opulenta, l’emblema dell’avidità. Scambiavo merce, creavo illusioni, realizzavo passaggi di proprietà, plasmavo caratteri. Ero al settimo cielo, cosa desiderare di più? Malgrado ciò mi sono imbattuta in sorelle che avevano il coraggio di lamentarsi ritenendosi sfruttate. Sciagurate! Non capivano quanto semplifichiamo la vita agli uomini e non solo. Quanti farebbero follie per possederci? Quanti  non resistono al nostro fascino e ci venerano? Chi ci possiede è ricco, invidiato, potente.
Nell’ascoltarle mi  sentivo vecchia: rivedevo in loro le mie speranze, l’entusiasmo, la voglia di agire. Avevo fretta, non volevo sprecare un solo attimo, mi sentivo il mondo ai piedi ed ora guardo a quell’epoca lontana, sorridendo della mia ingenuità.
Un ragazzo mi utilizzò ai videogiochi, altre mani mi scelsero per la miscela del motorino, un camionista si servì di me per mangiare, un altro per dormire in albergo. Diventai lo stipendio di un cuoco che si avvalse di me per giocare al lotto, entrai in una tasca e infine fui gettata in un cappello per strada. Rividi altri fratelli, ma una mano mi afferrò rapidamente nascondendomi nei pantaloni. Lì c’erano tre sorelle, due delle quali della nuova razza. Iniziammo un’accesa discussione. Secondo loro il nostro tempo era finito. Dovevamo metterci da parte per lasciare spazio alle nuove venute. Si consideravano più forti,  più adatte ad affrontare avversità quali l’automazione, il bancomat, il conteggio con il laser. Ribattemmo colpo su colpo, sebbene la determinazione con la quale replicavano era odiosamente invidiabile. Erano sicure di sé, sfacciate e forse avevano ragione. Una sorella ci raggiunse e neanche a farlo apposta era della nuova razza. La discussione si dilungò senza  che nessuna ammettesse le ragioni dell’altra. Fu la mano a zittirci. Ci acciuffò consegnandoci tutte e cinque ad un alimentari dove le nostre strade si divisero.
Ripresi il viaggio finendo nella borsa di un uomo il quale mi cedette per un taglio di capelli, mi scambiarono con un pacchetto di sigarette e mi trasferii nel negozio accanto e da qui nelle mani di un giovane. Egli mi trattò con disprezzo quasi fossi la causa del suo malumore e  mi strapazzò a lungo. Ero capitata nelle mani di un disgraziato che non teneva in alcun conto il mio valore. Subii ogni tipo di tortura finché con un gesto rabbioso mi strappò gettandomi sulla strada.
La mia vita si spezzò. Ero perduta. Nulla aveva più senso. Una parte di me si era staccata e aspettavo solo di morire. Non sentivo dolore. Provavo tanta rabbia perché altri avevano deciso della mia vita, al mio posto. Quel gesto crudele fu un terribile colpo per le mie convinzioni. Dipendevo dagli altri: potevano amarmi o odiarmi, cercarmi o tenermi da parte, comunque sia, altri decidevano per me.
Mi  raccolsero e mi prestarono le prime cure. Incrociai nuove mani però era diverso, avevo perso il fervore, non ero io che trainavo, erano gli altri. Il mio corpo non resisté a lungo, fu aggiunto altro scotch e divenni irriconoscibile; nessuno si fidava di me. Ritornai in banca e da qui nel luogo dove ero nata. Mi tolsero l’anima ammucchiandomi con altre sorelle ridotte nelle mie stesse condizioni.
Ammassate, sembravamo delle patetiche anziane che descrivevano il passato per sentirsi vive. La nostra odissea era al termine.
Con somma tristezza ci raccontammo i nostri viaggi. Potevamo farne altri, affermavamo con rammarico.
“Se soltanto quella mano avesse preso la sorella al nostro fianco!”
Qualcuna iniziò a chiedersi cosa ne sarebbe stato di noi dopo il fuoco. Nessuna era tornata indietro per raccontarlo, però fantasticavano su una banca con infiniti sportelli dove il capitale era costituito da uomini e noi eravamo il consiglio d’amministrazione. Mi restava poco tempo per crederci: e se fosse realmente esistito?
Lasciai perdere le congetture e mi chiesi quanti uomini poteva costare un completo gessato.


Dicono di me