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Camping Marecaibo

I

 

 

Non consideratevi fortunati se non avete trascorso almeno una vacanza al Marecaibo.

La vita ve ne chiederà conto.  Quel vuoto, che non saprete spiegarvi, ogni giorno recriminerà l’occasione perduta. È bastato lasciarsi intimorire dal turbamento suscitato dal nome per tirarsi indietro. È mancato il coraggio di vivere un’esperienza che neanche un resort nello spazio è in grado di regalarvi.

Ammettetelo, siete stati dei coglioni.

Bagnata dal mar Tirreno, a pochi chilometri da Filodivento, una cittadina di cinquemila anime che vivono di turismo estivo, sospesa tra la terra e il mare, tra la sabbia e una  pineta, c’è una terra promessa dove la follia non va mai in vacanza.

Il camping Marecaibo è un’oasi che non ammette tempo e geografia. L’aggettivo noioso non è contemplato. I giorni non hanno il sapore refrattario della monotonia. Non scorrono. Si siedono. A ridere. A piangere. A riflettere.

Se cercate un’esperienza epica, oltre il limite della resistenza umana, da togliere gli ultimi aneliti di fiato, che travalichi i canoni dell’incredibile, questo luogo fa per voi.

Altrimenti, restatene alla larga.

Il camping Marecaibo non è alla portata di tutti.

Occorre essere provvisti di un’abbondante dose di sfacciataggine, miscelata all’allegria più spiccia, con l’aggiunta di una montagna di follia, per sopravvivere.

E se incappate in qualcuno che vi racconta episodi inverosimili, ben oltre ogni umana fantasia, credetegli. Siete più vicini alla verità di quanto pensiate.

Ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi: piscine ghiacciare in Agosto, inondazioni che trascinavano roulotte, venti che sollevavano camper, fiamme che lambivano i cancelli del campeggio.

Ma andiamo con ordine.

Innanzitutto vi invito a prestare attenzione alle leggende che circolano sul conto delle persone presenti nel camping, per lavoro o per divertimento. Sono gli eroi che mancano ai nostri giorni. Anonimi, impresentabili, schietti. Su di loro si concentrano le vicende accadute un’estate. Quella del 2016. Ma potrebbe essere qualsiasi estate, magari quella dove voi eravate presenti.

Il primo consiglio è quello di non presentarvi al camping Marecaibo la sera, quando gli uffici sono chiusi. La probabilità di imbattersi in Bruce non è altissima. È di più. Di conseguenza altissima è la probabilità di farsi sparare. Basta il minimo errore del protocollo di ingresso. Come entrare a fari spenti. Osare scendere dall’auto per chiedere informazioni. Entrare con lo stereo a volume alto. Dimenticare di mettere il pass in bella mostra sul cruscotto. Suonare il clacson per attirare attenzione. Gettare una cicca sull’asfalto. Parcheggiare fuori dalle strisce.

Sono alcuni esempi di come fare arrabbiare Bruce. E Bruce arrabbiato non è bello da vedere.

Bruce è il capo della security. Il braccio armato e la mente astuta. Più il braccio armato che la mente astuta. Qualsiasi problema, il minimo inconveniente, il più piccolo strappo alle regole, lui interviene, pistola in pugno, a dirimere la questione e riportare l’ordine, laddove qualcuno fomenta disordine.

Bruce è di poche parole. Bruce non è ciò che dice. È ciò che spara. Un energumeno alto un metro e settanta, a metà strada fra i quaranta e i cinquanta, corporatura flaccida di un fisico che non ha mai visto una palestra. Una pancia vistosa, in parte nascosta dal cinturone, dove alla destra spunta una 44 Magnum. Ai piedi un paio di anfibi tirati a lucido. Pantaloni mimetici neri. Camicia celeste piegata sino all’avambraccio. Il primo bottone aperto, a mostrare la canottiera nera. Un pizzo grigio nasconde il mento di una faccia glabra. Un paio di occhiali Ray-Ban modello aviatore, che non toglie mai. Nessuno sa di che colore siano gli occhi e le ciglia. Una testa calva, con tatuato un target, tra l’ipotalamo e il cervelletto. La pelle è bianca. Non c’è traccia di abbronzatura. D’altronde nessuno sa come passa le giornate quando non è in servizio. Nessuno sa dove abita. Cosa faccia d’inverno quando il campeggio è chiuso.

A pensarci bene, nessuno sa chi sia veramente Bruce.

 

 

Si narrano centinaia di leggende sul suo conto. Tuttavia, nessuna rende giustizia alla figura di un uomo legato intimamente al camping Marecaibo da venti anni. Chi è Bruce forse non lo sa neppure Bruce. Il quale, posto dinanzi a tale domanda, non risponderebbe. Estrarrebbe piuttosto la sua Magnum e con un paio di colpi chiuderebbe la discussione.

Bruce entra in servizio alle 18 e esce alle sette della mattina seguente. Dopo aver svuotato un caricatore, s’intende. Perché all’interno del camping c’è sempre qualcuno irriguardoso verso le regole. A cui non piace rispettare condotte che consentono la migliore delle convivenze possibili. Ebbene, Bruce trova e punisce tale soggetto.

Perché in Bruce se c’è una cosa buona è che non perdona.

È un tipo scrupoloso. Molto. Non ammette errori, abusi e soprusi nel suo campeggio. Non è il proprietario. È il guardiano notturno. L’angelo custode armato dei campeggiatori. Un’istituzione. Così temuta che nel raggio di dieci chilometri non avvengono rapine. Le banche lasciano aperte le loro casseforti. Le chiudono alle sette, quando Bruce termina il turno. Da quel momento si dilegua sino al tardo pomeriggio. In questo lasso di tempo i rapinatori si mettono all’opera, gli scippatori inseguono le prede, gli imbroglioni realizzano colpi.

Perciò, mi raccomando, mai entrare nel camping Marecaibo la sera.

Bruce prima spara, dopo domanda: “Chi va là?”. Quante volte ignari turisti, alla ricerca disperata di un posto dove campeggiare, sono entrati raggianti, ma in prossimità della sbarra si sono sentiti sfiorare da proiettili di una calibro 44 Magnum. O sentito il pneumatico afflosciarsi. O il radiatore fumare.

Protestare non serve. Quello è il territorio di Bruce, è sotto la sua giurisdizione. Chiunque ne varchi il confine accetta le direttive. Finché vi rimane dentro è sottoposto al rispetto della legge in vigore nel camping. E in effetti basta ambientarsi qualche giorno per comprendere che i vantaggi superano di gran lunga i disagi. Tanto che nessuno chiude le roulotte o le tende. Anche gli appartamenti restano aperti. Il bar, il ristorante, l’alimentari, la biblioteca, la lavanderia, l’edicola, la parrucchiera, il bazar, la chiesa, la notte non chiudono le porte a chiave. Quale sciagurato oserebbe compiere una bravata, sapendo che Bruce prima spara. Dopo grida: “Chi va là?”?

Alla sua fama contribuisce sicuramente l’andatura. Spedita e implacabile, ne fa il terrore di quanti hanno trasgredito. Sembra dinoccolata, ma è un inganno. Chiunque ha questa impressione è perduto. Significa che non ha capito una mazza di chi ha davanti. Se è fortunato, ha una seconda possibilità.

Bruce non cammina. Calpesta l’aria. Mastica passi, come un T-rex squarcia la carne. Quella è la sua andatura. Guai a colui che si azzarda a tagliargli la strada. Quanti sono cascati perché non si sono spostati. Bruce non si ferma. Non cambia traiettoria. Se si imbatte in un ostacolo, qualunque forma abbia, lui non si scosta. Lo travolge. Quando ha in mente una meta, lui segue la retta più breve tra due punti. Il suo e quello di arrivo.

Ad esempio, ogni sera si reca all’alimentari a prendere il solito. Una scatola di cartucce. Per non allungare il tragitto di un paio di metri passa sopra i vasi dei gerani. La volta che una signora ha protestato, lui ha estratto la pistola e con una decina di colpi ha crivellato i fiori. Da quella sera i vasi sono stati sistemati lungo il muro.

Altra considerazione. I campeggiatori regolano l’orologio in base ai movimenti di Bruce. Alle sette di mattina lascia il campeggio a bordo di una Renault 4 rossa. Alle 24, dopo le note di Consuela, la canzone del campeggio, fa il suo primo giro di perlustrazione. Alle 5 inizia l’ultimo giro di perlustrazione. Alle 6 fa colazione al bar. Alle 17,30 supera la sbarra con la sua Renault 4 e parcheggia, sempre al solito posto. Alle 19 entra al ristorante.

Qui siede al tavolo riservato. Un posto strategico dove controlla le due entrate. Bruce non ordina. Sanno cosa portargli. Una fiorentina di due chili, un chilo di patatine fritte, un litro di birra e mezza crostata di mele. Il suo menù. Con i Ray-Ban sugli occhi mangia da solo. Concentrato. Taciturno. Nessuno sa cosa pensi e nessuno osa chiederglielo.  Forse riflette sul rapporto della giornata, scritto da un suo uomo in servizio di giorno. Questa ipotesi è avvalorata dal fatto che, se interrogato, Bruce sa perfettamente quanto è accaduto nel camping in sua assenza. Bruce non mangia, divora. Alterna carne, patatine e birra. In venti minuti pulisce i piatti e si butta sulla crostata. La divide in sei parti. Con la forchetta ne gusta un pezzo alla volta. Si pulisce la bocca al tovagliolo e rimane qualche minuto seduto. Lo sguardo occulto dalle lenti scure dei Ray-Ban.

Tutte le sere lo stesso rituale. Dal primo Marzo al 30 Settembre. Duecentoquattordici fiorentine. Hanno calcolato che Bruce in sette mesi mangia un vitello di chianina, dal peso di quattrocento e passa chilogrammi.

Comunque, se non l’avete ancora capito, con Bruce non è il caso di scherzare.

Una volta una cameriera gli portò una fiorentina troppo cotta. Bruce estrasse la Magnum e sparò al piatto.

“Hai portato la bistecca sbagliata.”

La cameriera fuggì terrorizzata. Si ritiene abbia cambiato città e mestiere, e forse cognome.

Un’altra volta si narra di un agronomo che voleva iniettare delle sostanze alle palme per proteggerle dal punteruolo rosso. Bruce spiegò che non ce n’era bisogno. La disinfestazione la faceva lui. E per dimostrarlo, sparò qualche colpo tra le foglie delle palme. Quello che avanzava di una decina di insetti cadde sul terreno. I sopravvissuti migrarono al campeggio accanto, il California.

Un’altra storia narra di una coppia di testimoni di Geova che stavano facendo proseliti. Entrarono nel ristorante all’ora sbagliata. Bruce cenava e gli si avvicinarono.

“Buonasera buon uomo.” Esordì il marito. “La disturbiamo se facciamo una breve chiacchierata? Volevamo sapere cosa ne pensa del mondo di oggi. Non trova anche lei che c’è troppa violenza e disperazione? Sono tempi cupi. Quanti prepotenti si approfittano dei deboli. Quanti soprusi subiscono gli uomini giusti. Abbiamo dimenticato Dio, i suoi insegnamenti. Lei non crede che occorra riavvicinarsi a Dio? Alla sua parola? Chi meglio di lui sa indicarci la via giusta da percorrere?”

Mentre l’uomo parla, Bruce alterna un boccone di carne, una forchettata di patatine, una sorsata di birra. Con i Ray-Ban al viso non è possibile decifrare con quale spirito ascolta. Non sfugge la mano sinistra che cerca di contrastare il prurito, in prossimità del tatuaggio. Segnale inequivocabile di una crescente irritazione. Ma l’uomo è lanciato nel suo sermone, da non dare il giusto peso al gesto.

L’uomo avvalorò il detto chi tace acconsente e proseguì.

“Basta aprire questo inesauribile libro e trovare la Sua parola e i Suoi insegnamenti. In questo passo, per esempio, il profeta Isaia nel capitolo trenta scrive: “Guai a voi, figli ribelli – oracolo del Signore- che fate progetti  da me non suggeriti, vi legate con alleanze che io non ho ispirato così da aggiungere peccato a peccato…

Bruce posa la forchetta. Prende il tovagliolo dalle gambe e lo mette sulla tovaglia. “Dia a me.”

L’uomo, colpito positivamente dall’interesse dell’ascoltatore, gli passa il libro. Bruce lo chiude e lo lancia in aria. Estrae la Magnum e spara. Il libro esplode in una cascata di coriandoli.

“Sacrilegio. Il diavolo si è impossessato di costui. Distruggere il libro sacro di Dio. Lei finirà all’inferno.” l’uomo grida come un ossesso, mentre la donna cerca di calmarlo e soprattutto di portarlo via.

“Non ho bisogno di Dio. Mi basta la mia 44.”

In un’altra occasione due bambini stranieri sfrecciavano con le bici, incuranti delle persone. Bruce si ferma in mezzo a un viale e attende. Con la mano sinistra si accarezza il tatuaggio. Passano i due bambini sulle bici. Bruce estrae la magnum e spara. Le bici si spaccano in due.

“Nessuno va veloce nel mio campeggio.” Bruce rimette nel fodero la magnum e si avvia in direzione. Pochi minuti dopo si presenta una coppia di tedeschi. Sono arrabbiati tanto che parlano nella loro lingua. Fanno vedere i resti di una bici. Bruce li guarda silenzioso e attende la fine delle rimostranze. Quindi esce dalla porta. Si fa consegnare quel che resta della bici. La scaraventa sulla strada e con due colpi di pistola la sbriciola. I due tedeschi si chetano all’istante.

“Bastava dirlo che la volevate più piccola.”

Ma l’epica fu raggiunta un sabato di Maggio. Alla presenza delle autorità,  sindaco e vescovo, si celebrava al campeggio il  matrimonio del proprietario, Gianni. Cerimonia religiosa e civile e a seguire il rinfresco. Quel giorno una pericolosa perturbazione si aggirava sopra i cieli del camping Marecaibo. Nuvoloni neri e bassi minacciavano di rovinare la festa. Il vescovo celebrò la messa, il sindaco presenziò il rito civile. Lesse gli articoli del codice e invitò gli sposi a firmare l’atto sul registro. Quando le avvisaglie di un tremendo acquazzone iniziarono a concretizzarsi con le prime grosse gocce, Bruce, invitato tra gli invitati, si diresse alla propria auto. Prese un lanciarazzi e alcuni proiettili. Si piazzò in piscina. Si mise l’arma sulla spalla, sopra la giacca. Puntò il lanciarazzi contro i nuvoloni minacciosi. Chiuse un occhio e sparò un colpo. Ricaricò e sparò il secondo in un’altra direzione. Poi un terzo. E infine un quarto. Le nuvole si diradarono e rovesciarono una cascata d’acqua al campeggio accanto, il California.

Bruce si meritò uno scroscio di applausi, mentre gli sposi, inondati dai raggi di sole, si baciavano.

“Nel mio campeggio piove quando voglio io.”

Questo è Bruce.

 

 

Comunque non sono certo le attrazioni che mancano al camping Marecaibo.

Ad esempio, oggi è mercoledì e come ogni mercoledì l’animazione propone la gara di cucina.  Alle 19, presso la piazza centrale, si ritrovano i concorrenti con il piatto preparato da loro. La sfida di oggi è un primo. Una giuria di cinque persone, campeggiatori e il cuoco del ristorante assaggiano e proclamano il vincitore.

I piatti, una decina, sono disposti sui tavoli.

L’animatore con il microfono si rivolge alla folla, attratta dalla curiosità e dalla fame. Anche chi non fa parte della giuria può assaggiare i piatti.

Due casse diffondono musica. I giovani partecipano ai balli di gruppo ai bordi della piscina, i goderecci seduti ai tavoli del bar, sorseggiano l’aperitivo gli intellettuali sono in biblioteca.

“Il sesto concorrente è Canottiera.” annuncia Luigi, il capo animatore. La folla applaude curiosa.

Canottiera, un giovane di 35 anni, alto un metro e novanta, si tira su gli occhiali. Una comune montatura con lenti spessi come fondi di bottiglia. Si annoda i capelli, decisamente spettinati. Riccioli neri e anarchici, su una fronte spaziosa. Il viso è un espressione sempre gaia. Quella che invidiamo ai bambini quando giocano spensierati. Immuni alle preoccupazioni adulte. Ride sempre Canottiera, ammantato da una felicità frugale e genuina. Non si può scalfire. Cattiveria, malizia, invidia, restano fuori. Il colore dei suoi occhi rimanda a uno sguardo che ignora rancori e secondi fini. Uno sguardo inconsapevole.

Il fisico è trascurato. Di uno che lo usa perché ce l’ha e se ne avesse un altro si comporterebbe tale e quale. Pratica tutti gli sport con esiti altalenanti, provocando lo stupore degli avversari, i quali commettono l’errore di sottovalutarlo. Alterna imprese clamorose a disastri grotteschi. Il tutto con lo stesso sorriso e la stessa incrollabile fiducia.

Indossa sempre una canottiera, da qui l’appellativo con cui è conosciuto al campeggio. Praticamente non se la toglie mai, salvo la sera quando partecipa alle attività dell’animazione. Allora mette una camicia bianca, due taglie più grandi di lui.

Un’altra persona con la canottiera non scatena lo stesso ilare effetto. Non si spiega. Si accetta.

Sul tavolo una pentola con il coperchio. Canottiera stringe i manici mentre parla. Si rivolge alla folla, senza fissarsi su un punto. Lo sguardo è schietto. Di uno timido, a cui piace tremendamente la compagnia. Quando gli altri lo ascoltano lui è contento. Non fiero, non sa cosa significhi. È felice. Si sente realizzato.

“Ho preso 320 grammi di riso, li ho fatti rosolare in 100 grammi di burro,  due cucchiai di olio e mezza cipolla. Ho aggiunto brodo caldo e sale qb. A metà cottura una bustina di zafferano. Verso la fine ho messo la carne.”

“Hai preparato un riso allo zafferano con carne?” domanda Luigi.

“Per apprezzare il piatto la carne va aggiunta all’ultimo e viva.”

La folla ammutolisce. La giuria sgrana gli occhi. L’animatore se la ride e lo incalza.

“Popò di pipì. Carne viva?”

“Se tolgo il coperchio c’è il rischio che prende il volo.”

Lo stupore aumenta, di pari passo con il vociare. Cosa ha cucinato Canottiera?

“Se non possiamo assaggiare il piatto, il concorrente è squalificato.” chiarisce uno della giuria. Gli altri quattro preferirebbero passare al concorrente successivo.

“No, no. Preparate le forchette.” Si dimena Canottiera. Gronda vistosamente.

Il cuoco del ristorante rompe gli indugi. “Sono curioso di assaggiarlo.”

Sul viale transita un uomo in costume. Munito di metal detector sonda il terreno. Ogni tanto si piega e raccoglie una moneta.

“Sì, sì. È una specialità che vi farà rimanere a bocca aperta.” Con le mani stringe la pentola. Ha paura che qualcuno voglia portargliela via.

“Signori della giuria e voi pubblico, che non vedete l’ora di assaggiare questa misteriosa pietanza, siete pronti?” L’animatore aumenta la suspense. “Rullo di tamburi. Cosa posteranno i posteri la prossima estate? Tra poco il mistero sarà svelato. Giuria ai vostri posti.”

Canottiera, fradicio di sudore, con la mano sul coperchio aspetta il segnale.

“Sbrighiamoci. Ci sono altri piatti da assaggiare.” Sollecita Luigi. Il prurito della curiosità lo ha contagiato. “Facci vedere la tua meraviglia.”

 

 

Tutte le estati Canottiera trascorre due mesi al camping Marecaibo. Scende alla stazione di Filodivento, il primo Luglio, con una grossa valigia, che contiene il necessario. Viene da solo e da solo riparte. Il 31 Agosto.

Fa amicizia con tutti. È una persona di compagnia. Non è il tipo che si fa notare per qualche attitudine particolare. Questo no. Se c’è si vede. Se manca, nessuno se ne accorge. Non un è trascinatore. Lui non è il numero. Lui è un numero. Vede un gruppo di persone, giovani o anziani, e si aggrega. Non è un grande chiacchierone, ben inteso. Anzi. È facile vederlo solo durante il giorno, al mare o in piscina, chino nella sua solitudine. Al contrario, durante le attività di animazione, lui c’è. Che si tratti del gioco aperitivo, dei balli di gruppo, del karaoke, della baby dance, di un torneo di carte o di nuoto, della serata animazione, Canottiera partecipa. Sempre. Lasciamo perdere gli esiti. A lui non interessano. Non li prende in considerazione. Neanche quando vince. La sua vittoria è partecipare. Essere partecipe di un evento. E se c’è musica, divertimento, distrazione, Canottiera si sente a casa. Perché la sua casa è stare in mezzo agli altri.

Un pomeriggio, di ritorno dal mare, Canottiera passa vicino ai tavoli del bar. Qui un gruppo di anziani sbraita giocando a carte. Uno si alza e con male parole si allontana.

“Canottiera, sai giocare a tressette?” uno dei tre anziani lo chiama.

“Tutti i giochi.”

“Siediti allora.”

Canottiera ubbidisce. Senza neanche togliersi la sabbia appiccicata sulla pelle. Una manciata cade dai capelli sul tavolo. Lui smanaccia per pulire il tavolo.

Un giocatore mescola il mazzo e distribuisce le carte. Canottiera fa l’occhiolino al suo compagno per quattro volte. È convinto di giocare a briscola. Si libera dei due e dei tre, al che il suo compagno si arrabbia.

“Asino. I due fanno punti con i tre.”

“Ma non quanto gli uni.” Risponde Canottiera.

Alle ultime quattro mani gli avversari chiedono di vedere le carte. Canottiera mostra quattro assi.

“Sei un ganzo.” Esclama rizzandosi in piedi il compagno.

Canottiera mostra un sorriso imbarazzato di soddisfazione.

Gli altri due lo studiano esterrefatti. “Amico, ci sei o ci fai?”

“Io sono Alessandro, professore di educazione fisica presso le scuole medie Gianni Rodari.” Risponde orgoglioso. E continua a giocare, accaparrandosi sempre gli assi.

O quella volta che era in corso il torneo di bocce e mancava un concorrente per completare una squadra. Canottiera si iscrisse. Non aveva niente da fare. E sebbene non avesse mai visto una boccia in vita sua, non si ritirò.

Con la prima palla colse il palo della luce. Con la seconda fracassò il parapetto che delimitava la fine della pista.  Con la terza fece saltare il boccino fuori dalla pista. Con la quarta carambolò su tutte le palle. Quelle amiche si avvicinarono al boccino. Le altre, con un gioco inverosimile di sponde e rimbalzi si allontanarono dal boccino.

O quella volta che si iscrisse al torneo di beach volley. Andò alla battuta con il salto. La palla superò i compagni, la rete, gli avversari, la linea di campo e s’infilò su un palo aguzzo, ammosciandosi dopo aver esalato l’aria. Per scusarsi, Canottiera si fece prestare una bici e percorse i cinque chilometri che separano il camping da Filodivento. Il bazar era chiuso. Non si sa come arrivò la sera, rischiando di farsi sparare da Bruce. Non aveva esposto sul manubrio il pass del campeggio. Lo riconobbe dalla canottiera.

Aveva una nuova palla. Ma sul campo di gara non c’era nessuno ad attenderlo. Solo la palla ancora appesa al palo aguzzo. Ci rimase tutta l’estate.

Un’altra volta, al gioco aperitivo, c’era da lanciare un cerchio e infilare un ombrellone, posto sull’altro lato della vasca bassa. Passa Canottiera per andare a fare la doccia e un animatore gli chiede di provare. Gli spiegano la sfida. Qualcuno consiglia la tecnica giusta. Piegare le ginocchia, come tenere in mano il cerchio, il gioco di polso.

Canottiera prende il cerchio. Ride. Ride sempre Canottiera. Si arricciola i capelli umidi. Posa l’accappatoio e la cuffia su una sdraio.

“Quale palo?” domanda. Intorno una ventina di ragazzi fanno battute.

L’animatore va dall’altro lato della piscina. “Questo ombrellone. Se lo centri ti offro da bere per tutta l’estate.”

Canottiera lancia il cerchio. Questo vola sopra l’acqua. Supera alcuni bagnanti che alzano la testa. E la voltano, a seguire il volo del cerchio. Che plana e atterra, come niente fosse dentro l’ombrellone. Tutti rimangono a bocca aperta. Un paio di secondi. Poi scoppia un boato. Si rammaricano di non aver ripreso la scena con il cellulare.

Chi ci rimane veramente male è l’animatore.

“Non lo rifai. Scommetto quello che vuoi che non lo rifai una seconda volta.” Lancia la sfida per salvare la faccia.

Canottiera ride timidamente. Si tira su gli occhiali. Batte cinque con i presenti.

L’animatore si avvicina. “Cento euro che non lo rifai. Chi vuole scommettere cento euro che Canottiera non fa centro una seconda volta?”

Canottiera sorride imbarazzato. Non gli piace che gli altri facciano figuracce per causa sua. “Pensavo che il cerchio doveva colpire il lampione.”

Tutti scoppiano a ridere.

“Non pensare di cavartela così. O hai paura?” Il tono non è da animatore.

“Ho avuto fortuna. Il vento mi ha aiutato.” Canottiera prende l’accappatoio e la cuffia.

“Se rifai centro vinci cento euro. Altrimenti si annulla la mia prima scommessa.”

Qualche ombrellone più in là un palestrato si abbronza stirando camicie sopra una tavola da surf.

Si avvicina il bagnino che ha seguito la discussione.

“Non mi piace che si scommetta soldi. Chi perde nuota alle undici nella piscina.”

D’istinto i presenti fanno un passo indietro e un brivido scorre sulle loro nude schiene.

“Ovviamente lontano dai pasti.” Aggiunge.

“Per me va bene.” Si affretta l’animatore. “Io nuoto veloce. E tu Canottiera?”

“A quell’ora ci sono i balli di gruppo. Si potrebbe fare a mezzanotte?”

Canottiera tirò il cerchio e centrò nuovamente l’ombrellone. Per tutta la settimana al campeggio non si parlò di altro. Alla presenza di Bruce quella sera la piscina fu aperta in via straordinaria al pubblico. Ai bordi la gente fremeva in attesa del bagno dell’eroico animatore. Ma questa è un’altra storia.

Dal giorno seguente Canottiera partecipò al gioco aperitivo e per dieci giorni vinse. Per ovviare alle lamentele dei campeggiatori, che si vedevano tolti la possibilità di un aperitivo, gli animatori offrirono una bottiglia di Campari a Canottiera. In cambio, a mezzogiorno, lui doveva rimanere al mare.

“Non mi piace il vino.” Fa lui, vedendo la bottiglia.

“Cosa bevi di solito?” domandò Luigi.

“Acqua. Con poco ghiaccio. Per evitare le congestioni.”

O come quella volta che al torneo di pallanuoto lo misero in porta perché nessuno ci voleva stare. Canottiera accettò di buon grado. Senza togliersi la canottiera, entrò nell’acqua. Si mise il caschetto al quale legò gli occhiali e si  piazzò davanti alla porta. Alzò le braccia e da quel momento nessuno riuscì a segnargli un goal. Le parò tutte. Più di duecento tiri e neanche una palla accarezzò la rete.

Quelle che non raggiungeva, ci pensavano i pali e la traversa a negare il piacere del goal. Non c’erano palombelle che tenevano. Rigori, punizioni, tiri impossibili, tiri a porta vuota. La palla si fermava davanti alla riga immaginaria. Per qualche giorno lo soprannominarono Saracinesca. Fu così che nei tornei successivi se lo contesero per averlo come estremo difensore. Sennonché in una partita Canottiera, prima di entrare i acqua, si tolse la canottiera.

“Hai caldo?” domandò l’animatore.

“L’acqua è più bagnata del solito oggi.”

Quel giorno non ne parò neanche una. Fu sostituito e ritornò ad essere Canottiera.

Ce ne sarebbero centinaia di episodi con Canottiera protagonista. Ma ora interessa sapere cosa ha cucinato per la gara di cucina.

“Facci vedere la tua meraviglia.” Lo sollecita Luigi.

Canottiera si aggiusta gli occhiali, non preoccupandosi del sudore che cola dalla fronte e gli appanna le lenti.  Solleva il coperchio. Una scarica di animaletti verdi guizza in aria. I cinque della giuria fuggono dal tavolo inorriditi.

“Popò di pipì. Cavallette?”

“Risotto di cavallette allo zafferano. Per essere perfetto le cavallette vanno messe all’ultimo minuto di cottura. Il vapore le rende croccanti. Il problema è che saltano. Bisognerebbe spezzargli le gambe.” Canottiera ne cattura una, rintronata dal calore. La inzuppa nel riso e la mette in bocca, masticandola.

La folla si schifa, agghiacciata.

“Squalificato.” Decreta all’istante la giuria.

“Non l’avete neanche assaggiato.” Canottiera è dispiaciuto.

Mentre è in corso questo scambio di battute, le cavallette scorazzano nella piazzola deserta. I bambini si divertono ad acchiapparle. Corrono da tutte le parti per catturarle. Un bambino si avvicina a Canottiera e gliene consegna una.

“Grazie. La vuoi assaggiare?”

Il bambino fugge spaventato.

Una cavalletta entra nel ristorante, saltando da un tavolo all’altro. La cameriera appena la vede comincia a gridare impazzita. Bruce estrae la Magnum e con un colpo sbriciola l’insetto, mezzo tavolo e spezza una gamba alla sedia.

Nella piazzola la confusione si cheta all’istante.

“Passiamo al prossimo concorrente.  Intanto chi vuole può assaggiare i piatti presentati. Vi raccomando il risotto alle cavallette di Canottiera. Ci vuole un po’ di destrezza nell’inforchettare la pietanza, però il piatto merita.” Consiglia Luigi, ridendo sotto i baffi.

Canottiera rimane vicino al suo riso. Nessuno si avvicina. Lui guarda le persone e sorride accogliente, ma loro lo evitano. Con una mano si appoggia al tavolo con aria mortificata. Non capisce cosa non vada nel suo piatto. Nessuno si fa avanti a spiegarlo. Trascorre qualche minuto e Canottiera si mette in fila per assaggiare le altre pietanze. Il suo risotto non è degnato di uno sguardo.

La giuria proclama il vincitore. Trofie speck, noci e scamorza.

Si avvicina l’animatore. “Per me sei il vincitore assoluto, Canottiera. Solo per la fantasia meriti il primo premio. Sempre gli stessi piatti. Che palle. Il tuo è il cibo del futuro. Questi sono rimasti alle ricette di cento anni fa. Non se ne può più di pasta e pomodoro.”

“Lo assaggi?” Canottiera gli allunga una forchetta.

“Popò di pipì. Se non era per la cena con i vegani l’avrei assaggiato volentieri, però non voglio urtare la loro sensibilità. Comunque ti voglio alla prossima gara di cucina.”

Canottiera si avvia alla roulotte. La testa china a studiare la pentola e domandarsi cosa ha sbagliato nella ricetta. Supera la via che costeggia la piscina, entra nel viale della pineta. Sente un certo languore. Prende una manciata di riso e lo porta alla bocca. Parecchi chicchi cadono sul terreno. Si avvicina una coppia di passeri. Canottiera si ferma e li osserva. Contento.

“Vi piace il mio riso.”

Getta una manciata verso gli uccelli. Questi gradiscono e dai rami cala un piccione che becca soddisfatto. I suoi movimenti non sfuggono agli altri simili che planano sulla strada. Canottiera contento getta altre manciate di riso. In pochi secondi passeri e piccioni banchettano. Canottiera cammina e con una decina di manciate svuota la pentola. Una fila di uccelli lo segue becchettando.

“Con voi nella giuria, non sarei stato squalificato.”

Questo è Canottiera.

 

 

Il terzo indiscusso personaggio del camping Marecaibo è Cirano. Il bagnino. È responsabile della piscina. Sicurezza e pulizia. Dalle 9 alle 19. Tutti i giorni. Le vasche della piscina sono tre. Ognuna con il suo colore. Quella più profonda è celeste, quella per le famiglie è verde, la terza, semicircolare, con una isola nel mezzo è di colore arancione. L’isola è un blocco di cemento di diametro di tre metri, rivestita di legno, con al centro una palma finta che la notte si illumina. I duecento ombrelloni, colorati di blu, verde e arancione, sono il prodotto della tecnologia più avanzata. A Cirano basta premere un tasto di un telecomando e gli ombrelloni si aprono tutti insieme. Oppure può scegliere di aprire o chiudere un solo ombrellone. Basta digitare il numero. Un piccolo pannello solare, posto in cima permette di produrre corrente. Inoltre, ogni ombrellone, oltre ad avere un vassoio, ha una presa, molto gradita dai campeggiatori. Il blu, il verde e l’arancio. C’è chi ricarica il telefono, chi ci collega la televisione, chi il ferro da stiro, chi una pista di automobili, una lavatrice, chi un tapirulan per fare ginnastica.

Cirano ha 40 anni. Nero come la pece, pelle grinzosa assuefatta al sale e al sole, dura come una crosta di formaggio. Naso prominente e largo. Di quelli che per soffiarsi occorre una rotolo di carta. Testa ridotta  a pochi capelli vicino alle orecchie e protetta da un cappellino con la tesa. Occhiali da sole. Indossa sempre un costume, rosso con strisce bianche ai fianchi.  Per quindici anni si è imbarcato come marinaio per stare alla larga dalla gente. Poi qualcosa gli ha fatto cambiare idea e si è riciclato come bagnino.

Ha visto tutti i sette mari a bordo di mercantili, navi da crociera, pescherecci e petroliere. Ha fatto qualsiasi lavoro. Si è imbarcato in qualsiasi avventura, affrontato tempeste e tsunami, maremoti e ammutinamenti.  Quando è di buon umore gli piace raccontare ai campeggiatori le sue avventure più spericolate.

Ma Cirano ha un talento, per il quale è molto richiesto. È dotato di una spiccata sensibilità che gli permette di vedere il nodo delle relazioni. Il punto dove si stringe e non fa respirare i rapporti. Lui aiuta ad allentare tale nodo. Chiunque ha un problema, si rivolge a lui. Con poche indicazioni, semplici e pratiche, Cirano accompagna le persone a riflettere sulle relazioni. Fa loro vedere un nuovo tipo di approccio, che porta a delle soluzioni immediate e concrete. Questo metodo risulta essere così efficace, che la gente va in piscina, non per prendere il sole, ma per parlare con Cirano. Non è inconsueto vedere una fila di una decina di metri che si snoda lungo le tre vasche. Per eliminare l’inconveniente, all’ingresso una scatola contiene i numeri della tombola. Chi desidera un colloquio, prende un numero da un sacchetto vicino al cancello d’ingresso e lo tiene con sé fino a quando non ha risolto il nodo. Cirano dalla sua postazione mobile estrae da un altro sacchetto e chiama.

“70.”

Si avvicina una donna sulla cinquantina. Piega curata, costume firmato, abbronzatura da invidia. Salta all’occhio che presta molte attenzioni al proprio corpo. Anche la camminata non è casuale. Cammina come se fosse in passerella.

“Cirano, mio figlio non vuole venire al campeggio con me.” Prima ancora di sedersi espone il suo problema.

“Silvia, quanti anni ha ora il bimbo?”

“21.”

“Forse si diverte con un altro tipo di compagnia.”

“Ma che dici? Io sono la sua mamma.” Si scandalizza la donna. “Lo conoscerò mio figlio. So di quale divertimento ha bisogno.”

“E sarebbe?”

“Stare con la mamma. Che lo protegge e lo rassicura. Vicino a me non ha niente da temere. Sta lontano dalla droga, dalle cattive compagnie, dalle femmine mangia uomini.”

“Per conoscere il mondo, dobbiamo uscire dal guscio.”

“L’affronto io per lui. Ogni giorno.”

“Non è la stessa cosa.”

“Dov’è un posto meglio di questo? È la migliore delle vacanze possibili. C’è tutto. Il ristorante, il mare, il bazar, la piscina, l’animazione, il bar. E io.”

“Forse tuo figlio vorrebbe provare qualcos’altro. Magari vuole allontanarsi di qualche metro.”

“La fuori c’è un mondo cattivo. Nessuno lo ama quanto la sua mamma. Il mondo fa soffrire. È spietato. È causa di delusioni. Io ci sono passata e non voglio che si ripeta con Brando.”

“Lui che dice?”

“La mia creatura è felice con me.”

“Glielo hai chiesto?”

“Non ce n’è bisogno. Lo so che mi ama tantissimo. Il nostro rapporto è più forte di qualsiasi amicizia.”

“Il babbo che dice?”

“Il babbo se ne è andato quando mio figlio aveva sei mesi.”

“Qualche volta si vede con lui?”

“Dio ce ne scampi. Quella merda non deve avere a che fare con mio figlio.”

“Non ha amici?”

“Qualcuno. Selezionati da me. Comunque io resto la sua migliore amica.”

“Ha un’età nella quale un individuo comincia a provarsi da solo.”

“Credi che non l’abbia fatto? L’ho mandato dal giornalaio a comprarmi le riviste ed è tornato con i giornali. Una volta gli ho fatto fare benzina e lui mi ha messo il gasolio. L’ho mandato al supermercato a fare la spesa ed è tornato con un paio di scarpe. Non ce la fa. Lontano da me diventa insicuro. Perde il suo punto di riferimento e si perde. Così è preda dei lupi che ci circondano. Lui è ingenuo. Crede a tutti. Io invece li conosco e so come evitarli. Prendi quel bastardo del mio ex marito. Tutti sorrisi e poi mi faceva le corna. Con un bambino di pochi mesi.”

“Dov’è adesso Brando?”

“Da mia madre. L’unica persona di cui mi fido.”

“Frequenta l’università tuo figlio, o lavora?”

“L’università è una perdita di tempo. Non ti dà lavoro. E poi il lavoro non c’è. Non posso mica mandarlo in fabbrica o a lavorare di notte. Tanto vale stare a casa. Il mio stipendio basta.”

Entra in piscina un signore di una certa età con appresso un grosso trolley. Lo apre e tira fuori un tapirulan. Attacca la spina all’ombrellone, sale sul tappeto, regola una manopola e inizia a correre.

“E quando non ci sarai più?”

“Non ci penso. Così non accadrà.”

“Quanti anni hai?”

“Secondo te?”

“45.”

“Mi offendi. 41.”

Con lo sguardo Cirano circumnaviga le tre piscine. Fischia a un ragazzo che ritarda la discesa dallo scivolo.

“Come posso aiutarti?”

“Brando non vuole venire al campeggio. È la prima volta che mi disobbedisce.”

“A che età hai disubbidito ai tuoi genitori?”

“Io che c’entro? Sono venuta per parlare di Brando, non di me.”

“Se Brando fosse qui, cosa gli diresti?” Cirano indica la sedia vuota alla sua sinistra.

La donna non ha dubbi. “Brando sai che la tua mamma ti ama perciò ascoltami. Fai quello che ti dico. Con me non hai mai sofferto e mai soffrirai. E siccome anche tu mi ami non farmi stare in pena. Mi manchi tanto. Insieme qui ci divertiremo come abbiamo sempre fatto. Perciò sbrigati che ti ho preparato il tuo piatto preferito.”

“Come ti risponderebbe lui?”

La donna guarda la sedia, impreparata. Si lisca con la mano la piega dei capelli. “Sì mamma, arrivo subito. Mi manchi tanto. Ho capito di aver sbagliato a disubbidirti. Domani vengo.”

“Che tono usa Brando?”

“È dispiaciuto. Aveva bisogno di provarsi, per questo lo perdono. Ha capito quanto sono importante per la sua vita.”

Cirano rimane silenzioso. “D’accordo. Fammi sapere come è andata. 32.”

 

 

Cirano è una gran lavoratore. Non si risparmia. Oltre a dispensare consigli, la mattina conduce il corso di nuoto, lava i lettini, quattrocento, e intrattiene i bagnanti narrando le sue avventure per i mari. È disponibile, accogliente, premuroso. Gli piace stare in mezzo alle persone. Forse per compensare i tanti anni trascorsi in solitudine nei mari. Anche se non parla volentieri dei motivi che l’hanno spinto a diventare marinaio.

Un giorno raccontava una sua avventura, quando vide un ragazzo andare a fondo in modo strano. Fischiò a lungo poi si tuffò. Lo prese e lo mise sul bordo. Cominciò a ventilarlo e a premere sullo sterno. Intorno la gente si disperava. Cirano lo sollevò per le gambe mentre con la mano batteva sulla schiena. Dalla bocca cadde una caramella.  Il ragazzo tossì forte. Cirano lo rigirò e lo consegnò al padre, che assisteva disperato con le mani nei capelli. Il bagnino si fece largo fra la folla e ritornò dalle persone a cui stava raccontando la sua avventura.

“Dove ero rimasto?”

In un’altra occasione un uomo si divertiva a spaventare la moglie. Entrava nella piscina più profonda e fingeva di affogare. Per due volte Cirano era intervenuto. Alla terza,  stufo di essere preso in giro, il bagnino si sedette sulla sdraio dove stava la moglie e cominciò  a sfiorarle le gambe. L’uomo smise di fare lo scemo è uscì dall’acqua.

“Non ti permettere di toccare mia moglie.” Era furioso.

“E tu non permetterti certi stupidi scherzi. La prossima volta libero Pacifico.”

O quella volta che un giovane, per andare più veloce sullo scivolo, si toglieva il costume. Richiamato, seguitava a spogliarsi. Allora Cirano prese al bar un barattolo di miele e senza farsi vedere lo svuotò sulla discesa. Il ragazzo si tolse il costume e si lanciò sullo scivolo. Dai piedi sino alla testa si ritrovò spalmato di miele. Il corpo era tutto  appiccicoso, in particolare fra i peli degli attributi e i capelli. Rosso dalla vergogna, fuggi alle docce, con tanto di sapone e forbici.

Ce ne sarebbero di episodi da raccontare, ma occorre un volume enciclopedico per contenerli tutti.

Solo una raccomandazione. Se vi fosse venuta la curiosità di fare una vacanza al camping Marecaibo, sappiate che Cirano, quando finisce il turno, alle 19, svuota un bidone di sale nell’acqua. Il cloro a quell’ora è al minimo per effetto dei raggi ultravioletti e perché il sistema automatico di clorazione è bloccato da alcune ore. Girando due manopole, apre due grate nelle vasche. Siccome c’è sempre qualche furbo che la notte scavalca e fa il bagno, rischiando di affogare, se gli va bene, o di incappare nelle pallottole di Bruce, Cirano ha avuto un’idea. E l’ha messa in pratica. Da una grata escono una ventina di piranha, dall’altra uno squalo di due metri. Gli animali, affamati, pranzano la mattina, nuotano nelle tre vasche, inibendo qualsiasi capriccio adolescenziale. Qualche audace è entrato per scattare foto o superare una prova di coraggio. Però i morsi dei piranha non sono piacevoli, così come le strusciate dello squalo. Per l’intera notte sono i padroni della piscina. A nessun campeggiatore passa per la mente di mettere in dubbio questa verità. La pinna è un dissuasore più efficace di tanti cartelli.

Prima di andarsene, Cirano passa dal ristorante a trovare Bruce. Se non c’è niente da riferire, si salutano e basta. Altrimenti entra e scambia due parole. Poi sale sullo scooter e torna a casa, a Filodivento. A riposarsi.

Da cinque anni trascorre così le sue estati.

Questo è Cirano.

 


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