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Paolonarratore

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Pomeriggio medioevale

È un pomeriggio medioevale. Sconosciuto ai più. Incastonato tra la mattina e la notte. Scorre. Come le stagioni, che si tengono per mano, in una danza circolare. Tutto scorre e si ripete. Perfino questo pomeriggio, che vaga in un paesaggio assopito, privo di un nome.
La campagna, popolata di animali, alberi e fiori, non pare affascinata da questo scorrere che si ripete.  Non è interessata. Se non per un attimo, quando l‘attenzione è rivolta alla polvere che si alza sulla strada. Da lì proviene un bagliore, che attira occhi e suscita curiosità.
Anche la natura si concede, qualche volta, alla vanità.
Un uomo dal portamento regale cavalca un cavallo bianco. Il cavaliere è vestito elegante. Una tunica di stoffa pregiata color verde, finemente ricamata d’oro. Gli stivali di pelle. Alcuni anelli alle dita, le unghie perfettamente curate.  I lunghi capelli biondi, tenuti insieme da una fascia ornata.  Il viso fiero, ricoperto  da una peluria chiara e folta. Lo sguardo arcigno di chi è abituato a non discutere.  Non è tanto alto, ma basta non farglielo pesare che lui dimentica il difetto ereditato dai genitori.
Nella mano destra stringe uno scettro d’oro massiccio, intarsiato di smeraldi e rubini. È quello che luccica. Emana lampi furiosi, dardi lampeggianti, fuochi luccicanti. Chiunque lo vede, donna o uomo, è obbligato a prostrarsi al suo passaggio.
Colui che cavalca è il re. L’uomo più potente del regno. Nessuno sta sopra di lui, salvo Dio, naturalmente. Il suo regno è immenso. Occorrono sei giorni di cavallo per andare da un confine all’altro. Molti sudditi non l’hanno mai visto di persona. Non sono importanti per essere ricevuti o partecipare alle sue feste.  O semplicemente non hanno i mezzi per raggiungere la reggia. Perciò il re, per farsi riconoscere, ama portare con sé lo scettro. Chi lo incontra capisce chi ha dinanzi e di riflesso s’inginocchia, piegando la testa.
Nonostante da tanti anni fosse re, che persino lui non ricordava quanti, gongolava di piacere nell’ammirare con quanta sollecitudine le persone si genuflettevano al suo cospetto. Con la destra stringeva lo scettro che innalzava al cielo, una sorta di fiaccola luminescente che accecava quanti osassero guardarla troppo. Il re provava un godimento fisico nell’ammirare le genuflessioni a catena di interi villaggi. Quelle teste chinate, disposte ad accogliere qualsiasi decisione. Che onore. Che potere. Accettato e rispettato, ogni qual volta visitava le proprie terre.
I suoi sudditi. Vivevano e lavoravano per lui e per lui sarebbero morti. Bastava un comando, un editto, che tutti gli uomini avrebbero lasciato le proprie famiglie per arruolarsi in una nuova guerra, che avrebbe portato altre ricchezze al re.
Il cielo era azzurro, poche nuvole disturbavano il colore, i campi erano pieni di messi. Si preannunciava un grande raccolto, gli alberi in fiore emanavano un delicato profumo e gli animali pascolavano pasciuti. Le femmine gravide avrebbero partorito accrescendo il bestiame. Mentre cavalcava soddisfatto, saltando da un pensiero all’altro, come un’ape di fiore in fiore, il re si godeva la vista della natura. Ovunque cadessero gli occhi ciò gli apparteneva. Colline, montagne, miniere, boschi, villaggi.  Sarebbe voluto salire in cielo per contare le nuvole che gli appartenevano e le stelle di sua proprietà. Purtroppo non era stato ancora inventato un carro volante.
Per consolarsi di tale perdita, una volta la settimana si deliziava nell’ascoltare la lista delle sue proprietà, sin nei minimi dettagli. Non bastava una mattina intera per completare l‘elenco delle ricchezze accumulate. Nessuno pranzava sino a quando non si contava l’ultimo spicciolo. E guai se qualcosa mancava. Era meglio per il segretario non essere mai nato.
Come se non bastasse, il re ogni settimana pretendeva qualcosa di nuovo. Non udire la solita liturgia. E nell’ascoltare pregustava la novità. La immaginava e fremeva nello scoprire di cosa si trattasse. Fossero terre, uomini, castelli, ori, animali, miniere, villaggi, nuovi alleati, non importava. Il re oramai possedeva tutto. Però non gli bastava.
Lui odiava porre limiti alla propria ricchezza. Doveva crescere ogni settimana. Per questo pagava cavalieri, mercenari, soldati, segretari. Per farlo felice. Altrimenti si arrabbiava e non era un bello spettacolo.
Ma oggi è un pomeriggio particolare. Medioevale.
Infatti, il re desiderava starsene solo. Non voleva saperne di dame, giullari e consiglieri. Figurarsi dei problemi di amministrazione che affliggevano qualsiasi regno, e dai quali un re non può esimersi. Il sovrano aveva deciso di prendersi un giorno di vacanza. Distrarsi. Lontano da obblighi e decisioni, trame politiche, intrighi e lacchè. Non voleva neanche essere accompagnato dalla sua guardia. Bastava lo scettro: era più potente di qualsiasi scorta.
Il re cavalcava da alcune ore il suo cavallo bianco, nel mezzo della campagna, lo scettro nella mano destra, la spada sul fianco sinistro. Aveva da poco mangiato alcune cosce di lepre e bevuto del sidro. Era bastato sguainare la spada, rotearla in aria alcune volte, che un paggio si era precipitato per consegnargli un cestino e sparire in direzione del castello.
Il sovrano era sceso da cavallo, si era nutrito, aveva ruttato e pisciato, sempre stringendo nella mano destra lo scettro. Una breve camminata per digerire e poi di nuovo a cavallo.
Stava attraversando alcune terre coltivate a grano, quando, dal declivio di una collina, il re notò un boschetto di betulle. Tirò un sospiro di sollievo e spronò il cavallo.
Nevin aveva sette anni. Era scalzo, secco, e indossava uno straccio di iuta, che ricopriva le sue ossa. La testa era una coperta di riccioli biondi, appiccicati di terra e paglia. Era solo a badare una decina di pecore. Non mangiava dal giorno prima, quando aveva trovato due uova in un nido e bevuto del latte munto. Da una settimana viveva con quello sparuto gregge. Doveva raggiungere il fiume, a due giorni di cammino, dove l’erba era più grassa. Lì, forse, avrebbe incontrato i suoi fratelli che lavoravano alla miniera. Erano due mesi che non li vedeva.
Per difendersi dagli uomini e dai predatori, Nevin portava con sé un bastone, più alto di lui, e un coltello. Con questo aveva inciso sul legno segni e simboli, comprensibili solo a lui. Era la sua arma, il suo compagno fidato, sebbene incapace di difendere il gregge. Infatti Nevin era preoccupato perché una pecora gli era stata razziata da alcuni vagabondi e temeva le frustate del padre quando sarebbe ritornato a casa.
Per non pensarci giocava a lanciare sassi contro un albero, mentre il gregge mangiava e belava. Stava raccogliendo altre pietre quando vide il luccichio avvicinarsi velocissimo. Spaventato, Nevin raccolse il bastone e corse verso le pecore. Udito lo scalpiccio degli zoccoli, il ragazzo si voltò, rassegnato.
Il cavaliere tirò le briglie e il cavallo rallentò, sino a fermarsi.
“Vieni qui ragazzo!” ordinò categorico il re.
Nevin s’impaurì. Strinse il bastone e ubbidì.  Giunto a pochi metri dal cavallo, s’inginocchiò.
“Mio padre m’ammazzerà di frustate.” pensò disperato Nevin, con le lacrime agli occhi.
Il re gli dette una breve occhiata.
“È così  magro che al solo toccarlo gli si staccano le ossa.” pensò con disgusto. “Chissà quanti pidocchi saltano di gioia in quel lerciume.”
“Alzati!” esclamò perentorio. Aveva fretta. “Come ti chiami?”
“….Nevin…” lasciò cadere il bastone sull’erba.
“Dov’è tuo padre?”
“Mio padre è a lavorare il campo.”
“Sei solo?”
“Sì.”
“Sicuro che non ci sia qualche femmina con te?”
“No, ve lo giuro. Sono solo con le pecore, mio re.” Nevin non osava alzare la testa.
”Sai chi sono. Bravo. E sai che ho potere di vita e di morte in tutte le mie terre. Guardami negli occhi e ascoltami attentamente! Devo assentarmi per cercare delle erbe nel bosco. Farò presto, però ho bisogno di avere le mani libere, perciò…sono costretto ad affidarti… il mio scettro. Devi fare in modo che non caschi per terra! Ne sei capace?”
Nevin non riusciva ad aprire la bocca, paralizzato dalla paura.
“Hai capito cosa ho detto?” gridò spazientito il re.
“Certo, mio re. Sarò degno della vostra fiducia.”
Il sovrano scese dal cavallo e stava per consegnargli lo scettro quando vide le mani di Nevin. Unghie nere di terra e dita luride e piene di tagli. Ebbe ribrezzo e riavvicinò a sé lo scettro.
“Possiedi un paio di guanti?”
L’espressione del viso del ragazzo fu di panico. “Cosa sono, mio re?”
Il sovrano scosse la testa contrariato. “Lavale se non vuoi che te le faccia tagliare.”
Nevin si morse le labbra. “Il fiume è a un miglio e ci passerò stasera per abbeverare le bestie, mio re.”
“Per Dio!” Brontolò il sovrano, conscio che il protocollo non era adeguato. “Hai dell’acqua con te?”
“Nella fiasca. Mi serve per dissetarmi, mio re.”
“Usala per lavarti quelle luride mani. Fai presto che ho fretta.”
Il ragazzo ubbidì. Corse all’albero, prese la fiasca e si versò l’acqua nelle mani, strusciandole. Poi ritornò al cavallo.
“Fammi vedere.” disse il re.
Il ragazzo aprì le mani.
“Fanno schifo.” esclamò con sprezzo il sovrano.
Allora Nevin temendo l’ira del re sputò sopra le proprie palme, prese una manciata di terra e si sfregò con vigore le mani. Quindi strappò alcuni ciuffi d’erba per asciugarsi. Le mostrò per la seconda volta al re.
Il sovrano con lo sguardo sofferente le esaminò. “Che schifo.”
Con uno scatto, come se qualcuno l’avesse spinto, allungò il braccio e consegnò lo scettro nelle mani gracili, sporche e tremanti del ragazzo.
“Non farlo cadere.” urlò. “Altrimenti ti uccido sul posto. Te e quelle puzzolenti pecore. Non ti muovere da qui. Torno immediatamente.” Fissò il ragazzo con occhi severi, che quasi lo fece tremare.
“Se volete mio re posso accompagnarvi. Mio padre mi ha insegnato tante erbe che…”
“Osi saperne più del tuo re?”
Nevin si morse la lingua. “Avete ragione, mio re. Sono uno zotico.”
“Fai attenzione allo scettro o quando torno ti taglierò la testa con questa.” e sguainò la spada. Poi si mise a correre, voltandosi ogni tanto, per accertarsi che il ragazzo non disubbidisse. Percorse una ventina di metri e scomparve nel boschetto.
Ritornò il silenzio nella campagna. Gli uccelli ripresero a cinguettare, le pecore, che non si erano accorte di niente, brucavano, il cavallo strappava l’erba, incurante del ragazzo.
Ipnotizzato dai bagliori emanati dallo scettro, Nevin rimase a bocca aperta.
“Quanto pesa.” osservò ancora incredulo. “Bisogna essere dei re molto forti per portarlo tutto il giorno.”
Lo roteò contro il sole e dovette chiudere gli occhi per non rimanerne accecato.
Il batticuore iniziale era scomparso. Ritrovato coraggio, il ragazzo si guardò intorno. Tese l’orecchio, ma non udì alcun rumore, se non il biascicare del cavallo.
Nevin era la persona più felice di tutto il regno.
Sfacciato, sollevò lo scettro con una mano, mostrandolo al cielo. Con orgoglio smisurato e senza comprendere quello che provava, Nevin si commosse dinanzi a tutto quel potere racchiuso nella sua mano.
Poi si perse, fantasticando a occhi aperti.
“Con questo nelle mie mani avrò tante molte pecore e non sarò io a pascolarle, né i miei fratelli. Avrò sandali per i miei piedi e mio padre non mi frusterà più quando vedrà il latte e i formaggi delle mie pecore. Comprerò un cavallo a mio padre per lavorare i campi. E regalerò una pentola a mia madre per lavare i vestiti nell’acqua calda invece di quella gelida del torrente che le rovina le mani. E mangerà anche lei e avrà dei vestiti bellissimi al posto degli stracci e non si spaccherà la schiena per portare a casa la legna. Tapperemo i buchi sul tetto cosi non c’inzupperemo quando piove.  Avremo tanta legna per scaldarci quando nevica e vestiti di lana. Così tanti da regalarli a tutto il villaggio. E i miei fratelli avranno un cavallo anche loro e non dovranno lavorare nella miniera. Costruiremo un forno  e faremo il pane e dolci.  E compreremo un carro per trasportare il fieno, il grano e tutto quello che pesa. E quando è festa ci salirò con i miei amici e andremo negli altri villaggi a prendere in giro chi va a piedi.
E giocherò tutto il giorno con gli amici. Andremo a pesca, cacceremo galline e ce le mangeremo, ci tufferemo nel fiume, faremo le battaglie per la conquista del mulino, daremo noia alle femmine. E avrò un cavallo tutto mio. E anche i miei amici. E cavalcheremo sino alla città, dove compreremo vestiti, animali, e ci ubriacheremo con il sidro…”
“Bifolco, cosa stai facendo?” La voce squillante del re fece traballare il ragazzo, il quale perse l’equilibrio ritrovandosi per terra, con lo scettro dorato fra le braccia. Di colpo aveva perso il suo calore, come se fosse in mano impropria. Il re giunse di corsa e glielo strappò con veemenza.
“Inginocchiati davanti al tuo re, indegno.” Il sovrano aveva ripreso il proprio ruolo.
“Scusatemi mio re. Ero confuso..” Nevin rimediò piegandosi.
Il re gli mollò una pedata e il bambino si ritrovò a piedi all’aria. Alzando la testa il ragazzo vide che il re non aveva nessuna erba nelle mani.
“Non avete trovato quanto cercavate, mio re?”
“Che diavolo stai farneticando zotico arrogante?”
“Le erbe che cercavate, mio re.”
“Le erbe? Non ho trovato niente. Farò bruciare questo inutile bosco.”
Il re pulì lo scettro con un lembo della tunica. Poi estrasse la spada.
“Prova a dire a qualcuno che hai toccato le scettro che ti faccio bruciare vivo, te, tutta la tua famiglia e l’intero villaggio dove abiti. Hai capito?” gridò minaccioso.
“Sì mio re. Vi giuro che nessuno saprà niente, mio re.” Nevin strisciava per terra dal terrore.
Il sovrano rimise la spada nel fodero, salì a cavallo e parti al galoppo.
Quando Nevin si alzò era di nuovo solo, con le pecore che belavano. Si guardò le mani. Giurò a se stesso che non le avrebbe più lavate. Le sfiorò delicatamente, controllando se vi fosse rimasto qualche scaglia di bagliore.
Peccato che non c’erano i suoi fratelli. Si sarebbero inginocchiati, mentre lui li benediceva dall’alto del suo scettro. Il re gli aveva concesso per qualche momento lo scettro del comando su tutte le terre che stavano fra il cielo e la terra.
Il re gli passava lo scettro perché aveva un impegno, aveva bisogno delle mani libere e lui era lì per servirlo. Poteva seguirlo nel bosco a cercare le erbe, ma il re voleva che restasse vicino al suo regale cavallo, aveva avuto fiducia in lui. Nevin era euforico, il cuore gli batteva fortissimo sulle costole. Si guardava le mani che fino a poco fa tenevano lo scettro. Il re impegnato a cercare le erbe e lui a dominare su tutte le terre dove si posavano gli occhi.
A proposito. Il re era ritornato a mani vuote. Che erbe cercava da non trovarle? Poteva chiederle a lui, lo avrebbe aiutato. Incuriosito, il ragazzo si avvicinò al boschetto seguendo l’erba schiacciata dagli stivali del re. Raccolse il bastone e percepì immediatamente che non reggeva il paragone con lo scettro. Il suo bastone non luccicava, era leggero, e non aveva pietre colorate.  Deluso, Nevin avanzò con maggiore cautela. Percorse altri dieci metri e dietro un albero trovò una grossa cacca, molto fresca.


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