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Paolonarratore

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Mustang selvaggio

La prima volta che vidi quella costellazione era autunno.
Le giornate gelavano in fretta e al crepuscolo la brezza assediava la prateria, costringendomi a chinare la testa.
Era buio. Soffermandomi a scrutare il cielo cercavo le costellazioni conosciute, per rassicurarmi che fossero ancora lassù. Con la Stella Polare ero certo di procedere in qualsiasi direzione, senza perdermi d’animo.
Il giorno era stato faticoso e finalmente mi concedevo un vero riposo. Pensare al sonno che di lì a poco mi avrebbe preso con sé, allentò i muscoli, intorpiditi dalla lunga galoppata. Il tepore circolava nelle ossa aiutato dal whisky, procurandomi un piacevole benessere.
Credevo di conoscere tutto ciò di cui avevo bisogno, il resto era superfluo, senza alcuna emozione.
Sbagliavo.
La prima volta che vidi quella costellazione fu quella notte.
Accampato nella prateria, sul  declivio di una collina, dormivo, quando il terreno iniziò a tremare. Mi destai di soprassalto. Il tremore crebbe accompagnato da un fragoroso galoppo. Un branco di cavalli si spostava a qualche centinaio di metri da me. Erano una decina e galoppavano verso le montagne.
Fu allora che notai due linee di tre stelle, circondate da altre meno luminose, con le quali formavano un disegno, a me ignoto.
All’alba alimentai la cenere per scaldare il caffè, misi la sella al cavallo e con un calcio coprii di terra i carboni fumanti. Mi diressi a ovest, verso il ranch. La prateria sterminata sembrava non avere fine, la catena montuosa si toccava con le dita, eppure distava ancora un giorno.
Il sole era saldo nel cielo quando riapparve il branco. Era a mezzo miglio, e percorreva in senso inverso la strada della notte. Provai un’irresistibile voglia di seguirlo. Incitai il cavallo. Il cappello schizzò sulle spalle mentre l’aria mi sbatteva sul viso, rigandolo con aghi di ghiaccio.
Il branco si accorse di me, tuttavia non mi degnò alcuna attenzione. Spronavo il cavallo, ma la distanza non diminuiva: seppur fresco arrancava a tenere il loro passo. Scesi e non trattenni un grido di ammirazione.
La nuvola di polvere si allontanò e il fragore si dissolse. Rimasi a parlare con il vento, anche lui incapace di raggiungerli.
Al tramonto arrivai al ranch, dove mi attendeva il mio nuovo lavoro. Raccontai l’incontro con il branco ed ebbi modo così di scoprire il mio compito.
“Devi catturare quel branco!”
Il mattino seguente mi rituffai nella prateria. Nel tardo pomeriggio intravidi un nuvolone di polvere. Era il mio branco. Presi il binocolo e lo seguii. Per tre giorni studiai il terreno e le abitudini dei cavalli. Compresi perché interessavano al padrone del ranch. Erano animali splendidi. Forti, slanciati, dai colori magnifici e pieni di vigore. Erano giovani con impeti ancora inesplorati. Addestrati, avrebbero conquistato la frontiera.
In particolare il capo branco.
Aveva un modo di galoppare selvatico e fiero. Fiero di essere un capo, un punto di riferimento per gli altri cavalli, i quali cercavano di stargli al passo.
Era grigio, pezzato di bianco sui fianchi, mentre la criniera era di un grigio più scuro. Ma ciò che mi colpì era la sua consapevolezza. Mi ci volle poco a capire che quel cavallo era consapevole che nessuno poteva batterlo in velocità.
I suoi occhi scurissimi guizzavano per nulla docili. Erano diffidenti. Sapeva che ero lì per lui e anche se fingeva di non considerarmi, mi studiava, come io studiavo lui. La sua consapevolezza stuzzicava la mia, eppure non accennava a provocarmi.
Il perché lo capii troppo tardi.
Alcuni giorni dopo, con altri cowboys, innalzammo una palizzata a ridosso di un canyon frequentato dal branco. Ostruimmo le altre uscite e ci lanciamo alla caccia dei cavalli, però tutti i tentativi fallirono. Ogni volta che sembrava fatta, loro deviavano, come se intuissero cosa li aspettasse. Avevo l’impressione che giocassero per mostrarci quanto fossero furbi. Il capo branco non si lasciava sorprendere e più di una volta disarcionò alcuni cowboys.
Era fenomenale. Intuiva le nostre mosse, trovando sempre il modo di fregarci. Annusava il vento, sospettoso, e scuoteva la criniera. Nitriva e il branco gli rispondeva. E lui galoppava, fidandosi della prateria.
Dopo una settimana non avevamo catturato neppure un cavallo. Rimandai i cowboys al ranch e rimasi solo a escogitare un piano che mi permettesse di prendere almeno un cavallo.
Mi diressi verso le montagne. Lì il branco aveva il suo rifugio ed era lì che contavo di intrappolarlo. Non m’importava se avessi impiegato tutta la stagione; avrei catturato il branco, altrimenti sarei ritornato a pascolare vacche, come facevo da ragazzo.
Esplorai una decina di canyon, scoprendone alcuni che il branco attraversava abitualmente; se la prateria era il luogo ideale dove pascolare, le montagne erano il posto perfetto dove far perdere le proprie tracce.
Altri due giorni di ricerche poi, un pomeriggio si scatenò un temporale. Mi riparai sotto una sporgenza rocciosa, dove passai la notte. All’alba una frana ostruì il canyon e stanco mi arresi: avevo bisogno di riposarmi.
Stavo ritornando indietro quando udii uno scalpitio di zoccoli. Pensai ai cowboys del ranch venuti a cercarmi, ma l’istinto mi consigliò di nascondermi.
Non potevo crederci. Il branco mi passò davanti. Presi la corda per ostruire il passaggio ai cavalli e la stavo fissando alla roccia quando alle mie spalle sentii un nitrito impetuoso. Mi voltai e vidi il capo branco imbizzarrito che tentava di colpirmi con gli zoccoli. Per evitare il colpo scivolai e la corda mi sfuggì. Mi rialzai per prendere il fucile, ma il mustang attaccò il mio cavallo, mordendolo ripetutamente. L’animale si difese come poté e per non avere la peggio fuggì. Io intanto con la corda avevo fatto un cappio. Il mustang avanzò verso di me. Il suo pelo era fradicio, le zampe ricoperte di fango, dalla bocca usciva schiuma e i suoi occhi luccicavano, impetuosi. Mi fissò, per imprimersi nella mente il mio volto. L’acqua scrosciava dal cielo, mentre entrambi attendevamo la mossa l’uno dell’altro.
Il mustang s’imbizzarrì. Tentai di spaventarlo con la corda, lui nitriva furioso e avanzava sulle zampe posteriori. A ridosso della roccia lanciai la corda, lui si abbassò, evitandola.  Ero senza difesa, la mia pistola era bagnata e il fucile era rimasto sul mio cavallo. Presi della terra e lo colpii al petto. L’animale mi fissò una seconda volta e fuggì.
Senza il mio cavallo non andavo da nessuna parte e con il branco a qualche centinaio di metri prigioniero in un canyon, mi sentivo beffato. Recuperai la corda e bloccai l’uscita. Avrei aspettato che smettesse di piovere per accendere un fuoco e segnalare la mia posizione a quelli del ranch.
Non passò molto tempo che arrivarono una decina di uomini. C’era anche il padrone, il quale mi disse che il mio cavallo era ritornato al ranch. Gli raccontai l’incontro con il mustang e lui si eccitò.
“Andiamo a prenderlo.”
Percorremmo il canyon e  con grande sorpresa non trovammo alcun cavallo. Perlustrammo il terreno, ma la pioggia aveva cancellato ogni traccia. Il padrone si arrabbiò e dubitò della mia storia. Io non lo ascoltai. Mi arrampicai sulla frana, ma nemmeno lì c’erano tracce di zoccoli.
Al ranch dormii due giorni. Aspettai che il mio cavallo fosse guarito dalle morsicature e quando fu pronto ritornai nella prateria. Al canyon studiai il terreno, palmo dopo palmo. Anche dall’altra parte della frana la pioggia aveva cancellato le tracce. Avanzai per mezzo miglio e poi tornai indietro. Fu a quel punto che notai per terra dello sterco. L’acqua lo aveva consumato quasi del tutto. Era la pista giusta.
Il branco non era tornato indietro perché lì da qualche parte c’era il nascondiglio. Quello che sinora gli aveva permesso di evitare la cattura.
Proseguii per due miglia e mi ritrovai dall’altra parte delle montagne: davanti a me si stendeva la prateria. Immerso nei dubbi scesi di cavallo e mi guardai intorno. Perché il branco si era dannato nello scavalcare la frana, rischiando di rompersi qualche zampa, quando poteva tornarsene indietro? Io non rappresentavo alcun pericolo: il mustang avrebbe badato a me mentre gli altri cavalli si allontanavano. Ritornai alla frana. Mezzo miglio e mi fermai davanti ad una fitta vegetazione che correva lungo la parete. Cespugli e arbusti nascondevano la roccia offrendo un riparo sicuro a serpenti e gufi. Con il fucile smuovevo i rovi e alla fine vidi una strettoia nella roccia.
Entrai nella gola. Un sentiero tortuoso, non più largo di un metro, divideva la roccia. Avanzai per un lungo tratto, sulla parete l’odore di cavallo riempiva le mie narici. Ero sulla pista giusta. Poi il sentiero si allargò e dopo alcune curve mi trovai in una vallata rigogliosa, nascosta da un massiccio invalicabile. Qualche sorgente sotterranea dissetava i cavalli e la terra. Perlustrai la vallata e non mi accorsi del buio che calava. Decisi di accamparmi e rinunciai al fuoco, nel caso ritornasse il branco. M’infilai sotto la coperta e fu a quel punto che rividi sopra di me la costellazione sconosciuta. Mi accompagnava tutte le notti, e mi domandavo se era stata disegnata per il branco, che al buio le andava incontro.
Tre giorni dopo la frana fu rimossa. Vicino alla gola piazzammo un carro che avrebbe chiuso la strettoia e spingemmo il branco nella vallata.
Ero eccitato al pensiero di domare il capo branco. Anche gli altri cavalli erano magnifici, ma la sua fierezza lo rendeva unico. Avrebbe lottato sino all’ultimo prima di cedere la sua libertà a un cowboy altrettanto libero e fiero.
Entrai nella gola seguito dagli altri cowboys e raggiunta la vallata, scoprii che il branco non c’era. Per la seconda volta mi aveva fregato.  Esplorammo l’intera valle e trovammo una caverna. Entrai e su una pietra scivolai, slogandomi un piede.
Al ranch trascorsi la mia convalescenza. Due settimane di assoluto riposo ebbero l’effetto di caricarmi. Volevo a tutti i costi quel mustang.
Piazzammo dei candelotti nei canyon più frequentati e un cowboy, pronto a sparare appena il branco era abbastanza vicino, così da sbarrargli la strada. Noi da dietro gli avremmo impedito la fuga.
Due giorni dopo riuscimmo a dirigere il branco dove volevamo noi. Giunse all’imboccatura del canyon e quando fu dentro udimmo il colpo di fucile e la seguente detonazione. Si alzò un polverone. Il branco si fermò innanzi alla barriera di roccia. Giungemmo alle sue spalle con i lazo pronti. Notai subito che il capo branco era ferito. Una pietra l’aveva colpito sulla coscia. Si frappose fra noi e il branco. Con gli zoccoli fendeva l’aria, minaccioso. Il mustang si gettò contro di noi. I lazo volarono, ma nessuno lo prese. Il cavallo ci venne addosso. Alcuni cowboys furono disarcionati. Intuii la mossa del capo branco e avanzai verso di lui per impedirgli di fuggire. Solo a quel punto mi ricordai del resto del branco che quasi ci travolse. Con i lazo catturammo diversi mustang, però il capo branco e un paio di cavalli ci sfuggirono.
Mi arrabbiai con me stesso. Lui, con mio immenso stupore, riapparve. Ritornò verso di noi. Si rizzò sulle zampe posteriori  fendendo l’aria con quelle anteriori. I nostri occhi erano tutti puntati su di lui. Ci stava comunicando la sua rabbia. Tutto intorno era un polverone. Gli animali battevano le zampe sul terreno, non c’era modo di tenerli fermi. Ci portammo il fazzoletto alla bocca per non respirare polvere. All’improvviso gli altri due cavalli fuggiti ricomparvero, gettandosi contro i cowboys che tenevano con i lazo i cavalli. Anche il capo branco si gettò contro di noi. Lo scompiglio del suo passaggio fu breve, ma sufficiente ad allentare la presa. I cavalli ritornarono liberi e fuggirono verso la prateria. Il mustang, invece, si diresse verso la frana.
“Stavolta non ci deve sfuggire.” gridai, lanciandomi al suo inseguimento.
Il mustang scalò la frana raggiungendone la cima con irrisoria facilità. Voltatosi verso di noi lanciò un nitrito di sfida. A mia volta iniziai la salita e il mustang non si mosse fino a quando non fui a pochi metri da lui. I cowboys mi raggiunsero sulla cresta della frana e vedemmo il capo branco galoppare storto. La zampa perdeva sangue. Presto avrebbe dovuto rallentare. Eppure, il mustang teneva un’andatura sostenuta e se all’inizio si lasciò avvicinare, adesso la distanza non diminuiva.
“Dove ci vuole portare? Non ha alcuna possibilità di farcela.” ringhiò un cowboy.
“Prima catturiamolo.” dissi, spronando il mio cavallo.
Mi resi conto che era quello che voleva. Sapeva che non ce l’avrebbe fatta, nondimeno galoppava, conducendoci lontano dal branco. Ci aveva fregati e ritornare indietro equivaleva a rimanere a mani vuote. Infuriato, spronai il cavallo, incitandolo con gli speroni. Non poteva mangiare la polvere di un cavallo azzoppato.
La corsa proseguì per diverse miglia. Solo io e altri due cowboys riuscimmo a stargli dietro e raggiungerlo quando si arrestò dinanzi ad una parete rocciosa.
Lo circondammo, timorosi di qualche sortita. Sapeva che la sua corsa era finita, zoppicava vistosamente, ma i suoi occhi non erano per nulla quelli di uno che si era arreso. Nitriva rabbiosamente, scalciando in aria. Preparammo i lazo e lo bloccammo con tutte le corde che avevamo. Gli altri cowboys ci raggiunsero e gridarono euforici. Io, invece, non avevo alcuna voglia di gioire.
Non eravamo stati noi a catturarlo.
Il suo gesto suscitò in me ammirazione e rispetto. Io, al suo posto, non sarei ritornato indietro a salvare i miei compagni.
Il padrone del ranch era al settimo cielo. Calcolò che quel cavallo da solo valeva 10.000 dollari e adesso per il resto del branco era questione di giorni.
Il cavallo era fedele al suo nome: Mustang Selvaggio. Con le zampe scalciava contro le assi, nitriva in continuazione e trotterellava in circolo, nonostante la ferita. Non si rassegnava nel cercare una via di fuga.
Rispettavo la sua tenacia che altri consideravano follia: più si agitava e più la ferita perdeva sangue.  Il padrone del ranch era arrabbiato; voleva addomesticarlo per venderlo all’asta.
Invano gli spiegai che occorreva tempo: era abituato a vagabondare senza recinti.
“È nella natura del cavallo essere addomesticato per servire l’uomo.” mi rispose.
Feci notare quanto fosse naturale che il suo istinto si ribellasse. Chiunque, pur ferito, lotterebbe per riacquistare la propria libertà, sopportando il dolore.
“La sua libertà esige questo e altro.”
“Stiamo parlando di animali, non di uomini.” si arrabbiò lui.
In quel momento compresi che il proprietario del ranch, nel cavallo, aveva visto una bellezza, che non corrispondeva alla mia.
Me ne andai. Dovevo catturare il resto del branco.
Lontano dal ranch provai una sensazione di malumore. Era come se avessi fatto un torto alla prateria. Non ero soddisfatto. Qualcosa mi rodeva dentro e sapevo che aveva a che fare con il mustang. La prateria stava dinanzi a me, severa e muta. Non mi poneva domande, non cercava spiegazioni, però percepivo nettamente di averla tradita.
Spronai il cavallo e feci una lunga galoppata e quella notte non ritornai al ranch. Accesi un fuoco e fissai le stelle e la costellazione che avevo scoperto con il branco.
Il giorno dopo ritornai nella valle nascosta ed entrai nella grotta dove mi ero slogato il piede. Non sapevo perché ero lì, in quel momento il branco non m’interessava, eppure volevo essere lì. Forse volevo capire come facesse il branco a fuggire, oppure volevo semplicemente conoscerlo meglio.
L’odore di cavallo era intenso, come in una stalla. Una corrente d’aria attraversava la grotta rinfrescando l’ambiente e dalle rocce sopra la mia testa cadevano grosse gocce. Dalle pareti scendevano rigagnoli di acqua che finivano in una pozza. Mi dissetai e poi percorsi la caverna in lungo e largo, alla ricerca di qualcosa che non avevo ben chiaro.
Le gocce cadendo  rimbombavano scandendo il tempo. Avvicinatomi nuovamente alla pozza mi accorsi che il livello dell’acqua non aumentava. Da qualche parte l’acqua scorreva. In quel preciso momento mi ricordai che i cavalli spesso brillavano e avevo sempre pensato che la causa fosse il pelo lucido. Invece era l’acqua. Il passaggio doveva trovarsi in prossimità della pozza.
Presi la corda, una torcia, alla quale aggiunsi altra stoffa, ed entrai nella pozza. L’acqua mi bagnava sino alla cintura quando vidi, dietro una sporgenza rocciosa, nella parte più buia della caverna, un’apertura. Qui l’acqua scorreva lentamente dentro un passaggio stretto, ma sufficiente per un cavallo. Con la torcia illuminai intorno a me e avanzai. Scivolai un paio di volte. Era freddo e umido ed ero circondato da un silenzio che non avevo mai incontrato. Sentivo il mio respiro caldo e affannoso, il cuore battere sul petto. A volte avevo la sensazione che le rocce stessero per stringermi o che tutto mi crollasse sulla testa. La fiamma era ben accesa e le dedicavo tutte le attenzioni necessarie.
Le rocce incominciarono a opprimermi. Vedevo sino a un metro davanti a me e questo m’inquietava. Più volte mi domandai se non era il caso di tornare indietro, però continuavo ad avanzare. Proseguii fermandomi dinanzi ad una discesa ripida e scivolosa. L’acqua scendeva copiosa, gli stivali erano fradici e non sentivo più i piedi. Alzai la torcia per vedere meglio. Dovevo prendere una decisione in fretta, stavo tremando dal freddo.
Raggelato, non riuscivo a decidermi. Il silenzio era soffocante. Udivo i miei pensieri che si rincorrevano, spaventati dal buio, anch’esso freddo.
Misi male un piede e scivolai giù nella discesa.
La fiamma rimase accesa per miracolo. Mi rialzai. Strappai la manica asciutta della camicia e l’avvolsi intorno alla torcia. La fiamma riprese vigore e mi guardai intorno. Adesso non potevo più tornare indietro. Mi prese l’angoscia di rivedere la luce.
Non ne potevo più del buio. Il respiro si fece affannoso. Ero teso come se da un momento all’altro i miei sensi dovessero captare un rumore o stesse per apparire qualcosa d’impreciso.  Gli scrosci dell’acqua si susseguivano. Bevvi un’altra volta. L’acqua era gelata. Fui scosso dai brividi e il braccio privo della manica tremò.
Ero percosso da innumerevoli pensieri che mi confondevano.  Più restavo fermo, più non sapevo che fare.
Le rocce mi scrutavano minacciose. Avevano forme strane e luccicavano per via dell’acqua. Temevo che mi si rivoltassero contro, schiacciandomi. Ai piedi non sentivo più lo scorrere dell’acqua e anche il cuore iniziò a raggelare. Aumentai il passo e scivolai all’indietro. Con la schiena sbattei su una roccia. La torcia mi scivolò via ma la riagguantai in tempo.
Un piccolo laghetto si presentò davanti ai miei occhi. Gettai sassi nell’acqua. Un sordo tonfo si diffuse nell’anfratto. Il lago era largo almeno cinque metri, ai lati le rocce erano lisce. Era impossibile camminarvi. Misi una mano nell’acqua ritirandola rapidamente. Mentre mi asciugavo alla torcia vidi la fiamma piegarsi leggermente. Una corrente d’aria. Entrai nell’acqua, molto lentamente. Era gelata. Lanciai la corda dall’altra parte e dopo vari tentativi si appigliò in una roccia. Con una mano tenevo la corda, con l’altra la torcia. Entrai nell’acqua e subito mi mancò il respiro.
L’acqua, nel punto più profondo, arrivava sino al petto. La fiaccola risplendeva sulla superficie dell’acqua e sulle pareti della grotta. Era uno spettacolo di straordinaria bellezza. La roccia luccicava a seconda di come muovevo la torcia. La parete mi ricordava il cielo stellato. Dimenticai il freddo e mi fermai estasiato dai riflessi. Allungai la mano per toccarli. Alzando e abbassando la torcia apparivano e scomparivano e ovunque mi voltavo vedevo bagliori. Mi piacevano quelle luci che si accendevano improvvisamente e più le ammiravo, più le desideravo. Provai un irresistibile impulso: volevo prenderle e portarle via con me. Mi sentii uno sciocco, nel goffo tentativo di allungarmi.
Mi parve quasi che le luci si ritrassero al mio avvicinarsi.
D’un tratto una fitta mi attraversò, dai piedi sino ai capelli. Mi mancò il respiro: ero completamente inzuppato e tremavo. L’acqua ghiacciata mi toglieva le forze.
Uscii dal laghetto. Il passaggio era più largo e lo percorsi con passo svelto. La fiamma prese vigore ed io pure.
Non so quanto altro tempo passò. In quell’anfratto non me ne rendevo conto. Poi vidi una luce provenire da un’apertura. Uscii dal cunicolo e fui travolto dal bagliore accecante del sole. Gli occhi si chiusero d’istinto e rimasi stordito per un pezzo. Mi spogliai e mi scaldai al sole.
Ero su un crepaccio. A sinistra un sentiero scendeva a lato della montagna, a destra una piccola radura circondata da rocce.  Sul terreno tracce di cavalli che andavano nelle due direzioni.
Avevo scoperto come mai il branco era imprendibile.
In altri tempi sarei stato raggiante e orgoglioso. Stavolta avrei preferito non avere fatto questa scoperta.  Adesso potevo catturare il branco, ritirare i soldi e andarmene. Questo era il mio lavoro. Mi piaceva e mi riusciva bene. Stavolta però non ero soddisfatto.
Osservai l’orizzonte che si stava rigando di rosso. Le ombre delle montagne si allungavano. La prateria era calma e immensa, a perdita d’occhio. Alcuni alberi sperduti chinavano il capo al vento. Le prime stelle intarsiarono il cielo.
Il tramonto si ripeteva ogni giorno, tuttavia era uno spettacolo che ogni volta trovavo più bello. Era lì per me, sebbene non fosse mio. Se lo catturavo, non sarebbe mai stato bello come lo vedevo ora.
Accesi un fuoco e mi preparai per la notte. Non avevo niente da mangiare e il mio cavallo mi aspettava dall’altra parte della montagna, o forse era ritornato al ranch. In qualche maniera me la sarei cavata.
La mattina dopo camminavo nella prateria, quando mi raggiunsero alcuni cowboys. Al ranch fui messo al corrente degli ultimi avvenimenti, mentre io non accennai al passaggio che avevo trovato. Il mustang non stava bene. Il veterinario non riusciva ad avvicinarsi e l’animale cominciava a indebolirsi.
Inoltre, dalla notte precedente, il branco galoppava intorno alle stalle.
Per alcune notti partecipai a questa specie di rodeo, poi ebbi la sensazione che fosse inutile. Quei cavalli, sebbene privi del loro capo, erano troppo scaltri. Dei semplici cowboys mezzi addormentati non sarebbero riusciti a catturarli.
Quando il branco era vicino, il mustang scalciava, incurante della ferita, e le assi si flettevano pericolosamente. Qualcuna cedeva sotto i colpi degli zoccoli, incrinandosi. Da fuori giungevano le grida, schioccavano le fruste, e imprecava il proprietario, maledicendo i cowboys, i quali correvano da tutte le parti senza riuscire a catturare un solo cavallo.
Poi il mustang nitriva selvaggiamente e il branco fuggiva.
E la notte seguente ritornava. Dalla finestra seguivo lo spettacolo, sbalordito dall’ottusità degli uomini. Perché solo io ero convinto che non l’avrebbero catturati? Bastava osservarli per capire che non avevano niente in comune con i cavalli che s’incontravano in città.
Il mustang peggiorava ogni giorno. Il recinto dentro la stalla fu dimezzato in modo che il cavallo non avesse lo spazio per scalciare, ma non occorse. La ferita indebolì l’animale al punto che non riusciva più a stare in piedi.
“Quando mi porterai il resto del branco? In queste notti non ti ho mai visto con gli altri cowboys.” il proprietario era polemico.
“Non sarò io a privarli della libertà. Mi basta vedere in che condizioni è questo mustang per capire che ho sbagliato.”
“Nemmeno i mormoni fanno simili discorsi.” mi derise e se ne andò.
Da quando il mustang era peggiorato, al punto di stare sdraiato, il branco non fece più le apparizioni notturne.
Le forti zampe non riuscivano a sorreggerlo per cui la notte si accasciava al suolo, esausto. Mangiava sempre meno. Il suo ardore andava spengendosi, il vigore si allontanava e l’immagine di ribellione che suscitava la sua vista era un ricordo. Il pelo lucido aveva perso lo splendore e gli occhi erano spenti.
Passavo molte ore vicino a lui, incoraggiandolo a mangiare, ma lui piegava la testa e serrava i denti. Avrei voluto strigliarlo, ma non voleva essere toccato. Nessun uomo l’aveva accarezzato e nessuno ci sarebbe riuscito finché respirava.
“Si sta lasciando morire.” esclamò il veterinario.  “Perché?”
“Se lo lasciassimo libero.”
Mi guardò sconcertato. “Che ne può sapere un cavallo della libertà.”
“Tanto, se si lascia ridurre in queste condizioni.”
Un notte, quando lo strazio divenne insopportabile, presi le mie cose, aprii il recinto della stalla e me ne andai.
Al chiarore della luna lo vidi prendere la strada che conduceva alle montagne. Zoppicante e con un’andatura sofferente, il mustang avanzava con la testa bassa, sul punto di cadere ad ogni passo. Talvolta si voltava a fissarmi. Io mi vergognavo di assistere a quello spettacolo pietoso.
Qualche giorno dopo m’imbattei in città nel veterinario e mi disse che avevano trovato il mustang morto ai piedi della montagna. Gli dissi che ero stato io ad aprire il recinto, ma lui non rispose niente. Gli raccontai quella notte.
“Due ore dopo che avevo lasciato il ranch, comparve il branco. I cavalli circondarono il loro capo. Non si curarono di me ed io me ne rimasi in disparte. Mentre li seguivo, mi accorsi della costellazione sopra le montagne e le domande si accavallarono. Ma non era il momento delle risposte. Contemplavo quel branco che si allontanava e che non avrei più rivisto.
Quel mustang e il suo branco, che raggiungevo solo con gli occhi, erano la prateria, come lo erano i pascoli dei bisonti, il profilo dei monti, le stelle della notte e il vento che sferza gli uomini.
Erano figli della prateria. Erano la prateria. Erano liberi e adesso capivo perché.
Loro non avevano bisogno di me. Io, al contrario, avevo bisogno di loro.”
Uscimmo sulla strada e ammirammo il cielo stellato.
“Doc, che costellazione è quella lassù, formata da quelle tre stelle inclinate?”
“La costellazione di Orione.”
Ora che sono vecchio, tanti anni dopo, ogni qualvolta vedo Orione ripenso a quel branco di cavalli selvaggi.
Mi soffermo su quella stagione, chiedendomi in quale prateria stiano galoppando.


Dicono di me