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Kleo divenne uomo

Lungo il viale della città, presso un vecchio platano, abitava da generazioni una famiglia di passeri. L’ultimo nato si chiamava Kleo e da quando aveva imparato a volare si divertiva a studiare gli esseri, che passeggiavano sotto di lui.
Ben presto Kleo si rese conto di quanto fosse svantaggiosa la sua condizione. Il cibo da cercare, i predatori da evitare, il vento insolente. Perché gli uomini non soffrivano, si domandava arrabbiato. Sebbene ancora giovane, non gli piaceva la vita che conduceva. Paragonata a quella degli uomini, era dura, estremamente rischiosa e poco gratificante. S’incupì: il destino era stato irriconoscente con lui e con quelli della sua specie.  Eppure, Kleo non era un tipo da rassegnarsi facilmente. Dopo lunghe riflessioni convocò i genitori, per metterli al corrente delle sue decisioni.
“Da oggi, io sarò un uomo.”
La madre non sbatté ali, mentre il padre ebbe diverse rimostranze da fare al figlio. “Sei uno sprovveduto. Non credere che gli uomini siano più felici di noi.”
Nelle parole della madre prevalse l’apprensione. “Se ti troverai in difficoltà non potrai usare le ali.”
A questo Kleo non aveva pensato, però non si demoralizzò. Salutò i genitori, scese dall’albero e zampettò sul marciapiede.
Stava per intraprendere una nuova vita e per festeggiare si lanciò in una danza frenetica che suscitò le ironie dei passeri che beccavano sul prato.
Senza rispondere alle battute dei compagni si guardò intorno per decidere dove andare. Si trovava sopra un largo marciapiede percorso da un via vai di uomini frettolosi. Seguì qualcuno, ma dovette fuggire da quel flusso disordinato di piedi per non essere calpestato. Ai lati del marciapiede attese che la calca si diradasse e quando vide un paio di gambe che procedevano isolate, le seguì.
Saltellando sulle zampette percorse dieci metri e subito si fermò per il fiatone.
“Come fanno gli uomini a muoversi così veloci?” Non ebbe finito la frase che le due gambe erano già scomparse. Transitavano tante persone e ognuna seguiva una direzione diversa. Non era uno stormo preciso ed ordinato.
Kleo preferì costeggiare un muro e qualche metro dopo s’imbatté in un’apertura, che attraversò. Era un bar. Alcune persone stavano sedute davanti ad un bancone;  bevevano e discorrevano. Il barista, notato il passero che si avvicinava, si allungò sul bancone.
“Tu che ci fai qua dentro?”
“Quello che fanno gli altri uomini.” rispose Kleo senza timore.
“Allora, dimmi cosa ti servo.”
“Io non posso volare. Sono un uomo.”
Il barista fu sorpreso per la seconda volta. Compresa la difficoltà del suo insolito cliente, lo prese in mano e lo posò direttamente sul bancone.
“Adesso ordina.”
“Cosa bevono gli uomini?”
“Si vede che sei uomo da poco. La coca-cola!”
“La voglio anch’io.” esclamò entusiasta Kleo.
Dopo pochi secondi si vide davanti un bicchiere scuro che frizzava bollicine.
“Come faccio a bere?”
Il barista prese una cannuccia, la piegò e l’avvicinò al becco di Kleo.
Kleo bevve. “È molto più buona l’acqua” strillò schifato.
“Attento a quello che dici, amico. La coca-cola è la bevanda più consumata sul pianeta. Piace a tutti, giovani e vecchi, più dell’acqua e del vino.”
“Mi devo essere sbagliato. La prossima volta piacerà anche a me. Ciao e grazie.”
“Prima di salutare è consuetudine pagare.”
“Cos’è pagare?”
“Ogni cosa ha un prezzo, niente si regala a questo mondo.”
“Dove trovo una coca-cola da restituirti?”
“Dammi 1 euro e ritorna quando vuoi.”
“Posso darti qualche briciola, ma 1 euro non so cosa sia.”
“Sei su una brutta strada, ragazzo. Questa volta offro io, però, se vuoi spendere, è meglio che ti trovi un lavoro.”
“Cos’è un lavoro?”
“Non sai nulla. Un lavoro significa che ti vendi al mercato, offrendo, in cambio di soldi, una tua capacità e poi il mercato stesso stabilirà quanto vali.”
Kleo ringraziò il barista e uscì felice. Aveva imparato un sacco di cose. Gli uomini la sapevano proprio lunga.
Camminando per la città Kleo cercò di farsi venire qualche idea per come vendersi al mercato. Sapeva cinguettare, ma forse era troppo poco per un uomo. Tuttavia, preso dal guardarsi intorno, smise di pensare. L’uomo era una creatura spettacolare. Niente gli era precluso. Come erano sfortunati gli altri animali. Conducevano una vita noiosa e priva di emozioni.
Desideroso di conoscere il più possibile gli uomini, Kleo fermò un passante. “Gli uomini nascono così conciati?”
“Certo che no. Nasciamo nudi, ma ci piace girare ben vestiti. Attiriamo l’attenzione degli altri e suscitiamo la loro invidia.”
“Cosa devo fare per vestirmi come te?”
“Andare in qualsiasi consumatorio, ma tu, piccoletto come sei, hai bisogno di un sarto. È l’unico che può farti un abito su misura.”
Attraversate strade e piazze, chieste informazioni ad altri passanti, Kleo entrò in un negozio di vestiti. Dentro vi erano abiti per tutti i gusti e per qualsiasi cerimonia, perfino per quelle che non erano ancora state inventate.
“Buona sera, cosa posso fare per lei?” Un vecchietto, con diverse paia di occhiali sulla testa, interruppe i pensieri di Kleo.
“Ho bisogno di un vestito. Non voglio farmi vedere in queste condizioni. Non è da uomini.”
“Vediamo cosa si può fare. Desidera un tweed? Un doppio gessato? Un classico da cerimonia?”
Fra tutti quei nomi Kleo non ci si raccapezzava. “Io volevo solo qualcosa che facesse invidia agli altri.”
Il sarto lo squadrò. “Prendiamo qualche misura.”
Dopo mezz’ora Kleo si guardò davanti ad uno specchio, stupefatto di come un vestito potesse trasformare un essere.
“È una meraviglia. Sembro nato con questi abiti addosso.”
“Modestamente, sono 50 anni che faccio questo mestiere.”
“Quanto costa questo vestito?” domandò timoroso Kleo, il quale non sapeva come pagare.
“La tua taglia mi ha permesso di usare rimasugli di stoffa. È gratis.”
“Lei è tanto gentile. Saprebbe dirmi come potrei fare per trovare un lavoro?”
“Di questi tempi il miglior lavoro per un giovane è studiare. Altrimenti iscriviti alle liste di collocamento o vai in giro con un cartello con scritto: Cerco lavoro.”
Kleo non osò domandare. Chinò la testa vergognandosi di non sapere fare niente.
“Ho capito, non sei andato a scuola. Aspettami che mi procuro carta e penna.”
Quando il sarto ebbe finito, Kleo uscì dal negozio indossando una giacca con attaccato sulla schiena un cartellino. Le persone che gli passavano accanto si fermavano a guardarlo stupiti e lui, impettito, si gongolava.
Giunto in una piazzola, si sedette sotto una panchina. Le zampe gli bruciavano. “Ora capisco perché gli uomini indossano le barche ai piedi.”
Si massaggiò le zampe con il becco e bevve qualche goccia d’acqua da una fontana.  Appena vide dei piccioni beccare si rese conto di avere fame. “Cosa mangiano gli uomini?” Concentrato, non si avvide di un gatto che lo stava puntando. Kleo fece qualche saltello verso la strada quando d’un tratto si trovò prigioniero fra due zampe.
“Che stai facendo, stupido gatto? Mi strappi il vestito con le tue unghiacce.” gridò il passero.
“Ti mangio bello spezzatino.”
“Quale spezzatino. Da quando in qua i gatti mangiano gli uomini?”
“Che farnetichi?” Il gatto lo lasciò parlare. Poteva diventare un gioco interessante.
“Io sono un uomo e se non mi lasci immediatamente ti mollo un calcio che ti spedirà dall’altro lato della strada.”
Il gatto emise un lungo miagolio sarcastico. “Ti è già partito il cervello dalla paura?”
“Guarda che la mia pazienza è finita.”
Ebbe appena terminato di parlare che un passante pestò la coda del gatto. L’animale saltò in aria, miagolando furiosamente.
“Ti avevo avvertito. Ora sparisci, se non vuoi che ti capiti di peggio.” Kleo si aggiustò l’abito e il cartello, e non degnò di uno sguardo l’animale che si leccava la coda sofferente.
“Dove credi di andare?” disse il felino, bloccando il passero per la seconda volta.
Kleo si gonfiò, diventando rosso per la collera. “Vai a cacciare topi se non vuoi che ti strappi i baffi uno ad uno e te li infili nel naso.”
Il gatto rimase sconcertato. Il passero lo fissava con occhi rabbiosi, le zampette pronte a scattare, e le piume gonfie. Il gatto ritirò la zampa, il dolore alla coda era ancora vivo. Perplesso vide il passero che se ne andava per i fatti suoi con noncuranza.
Kleo vagò sino al buio senza trovare da mangiare. Ancora una volta ricorse all’aiuto di un passante.
“Dove mangiano gli uomini?”
“Al Mcdonald’s. Cento metri e svolti a sinistra. Non puoi sbagliare.”
Distrutto dalla fatica, Kleo percorse la distanza che lo separava dalla cena ed entrò nel locale. Fece la fila, richiamando quanti cercavano di fare i furbi per superarlo e giunto al bancone ordinò.
“Vorrei mangiare la cosa più buona che avete.”
“Qui tutto è buono ed economico.”
“È la prima volta che vengo. Potrebbe consigliarmi lei?”
“Non è mai troppo tardi per andare al Mcdonald’s. Prenditi un Mac, una cola e una patata.”
Kleo aveva tanta fame e accettò.
La commessa sparì e ricomparve con un vassoio pieno.
“Quanto cibo. Qui c’è da mangiare per tutta la mia famiglia. Ce la farò a finirlo?”
“Se avanza lo butti negli appositi contenitori. Spendi 5,99 euro!”
“Io non lavoro, non ho i soldi.”
“I tuoi genitori non ti danno niente?”
La folla da dietro rumoreggiava spazientita.
“Vogliono che sia indipendente e che me la cavi da solo.”
“Ascolta. Si è ammalato un addetto alle pulizie e qualcuno deve pulire i tavoli. Tu da bravo ti metti da una parte, consumi il tuo pasto e poi inizi a pulire, d’accordo?”
“Per me va bene. Potresti portarmi il vassoio? È troppo pesante per me.”
La commessa aiutò il passero a salire sul tavolo. Kleo era al settimo cielo. Circondato da tante bontà e dalla gioia che sprizzavano le persone sedute ai tavoli.
“Come è bello essere un uomo.” e prese a beccare le patatine e l’hamburger.
Presto fu sazio e il panino era ancora praticamente intero. Allora si rivolse ai vicini.
“Ehi, qualcuno di voi ha fame? Qui c’è da mangiare per uno stormo.”
“Che schifo. Non crederai che siamo così scemi da finire i tuoi avanzi.”
Qualcun altro fu più pesante. “Ci hai preso per degli accattoni? Ti sei visto? Sembri un uccello spelacchiato.” e si misero a ridere.
Kleo osservò dispiaciuto il cibo, sino a che non fu chiamato dalla commessa. “Ci sono i tavoli che ti aspettano.”
Prese uno straccio e movendo le zampette lo passò sopra la superficie. Pulì dieci tavoli e quando la commessa si ritenne soddisfatta lo lasciò andare.
Kleo uscì dal locale e fu investito da un’aria fredda. Tremò sino all’ultima piuma e cercò un riparo dove trascorrere la notte. In quel mentre passò una vecchia che vide le difficoltà in cui versava Kleo.
“Poverino, sei caduto dall’albero. Non scappare che ti aiuto io.” La vecchia si piegò nel tentativo di prendere il passero.
“Che fai?” strillò offeso Kleo. “Io non sono caduto da nessun nido. Non vedi che sono un uomo? Guarda che bell’abito indosso.”
La vecchia strizzò gli occhi per vedere meglio. “Abito o non abito, a me sembri proprio un uccello.”
“Se vuoi aiutarmi indicami un posto caldo dove dormire.”
La donna si rizzò e guardò in lontananza. “In fondo alla strada ci sono degli alberi, la tua mamma sarà in pensiero.” e avvicinò il palmo della mano per raccoglierlo.
Kleo indietreggiò. “Non hai capito: io cerco una casa. Hai mai visto un uomo dormire su un albero?”
“Alla mia età posso dire di aver visto tante cose, ma questa le supera tutte. Mi pare uno scherzo della natura. Figliolo, fai come credi.” e si allontanò scuotendo la testa.
Kleo si ritrovò solo e segui la donna. La stanchezza gli impediva di raggiungerla e stava per mettersi a volare, quando pensò: “Gli uomini non volano ed io non sarò certo il primo.” si rimproverò.
La vecchia scomparve e Kleo si infilò in un vicolo dove l’aria era decisamente più calda. Qui c’erano alcuni cartoni accatastati e vi entrò. Si accovacciò in un angolo e si addormentò.
Fu svegliato all’improvviso da una voce. “Smamma cucciolo, questo è il mio posto.”
Un uomo con un carrello della spesa, malvestito e maleodorante, prese il cartone, scaraventando Kleo sulla strada.
“Che modi sono?”
“Non è serata.  Avevo trovato un cellulare quando qualcuno ha cercato di rubarmi il carrello con la spesa della giornata. Dei rifiuti mi hanno attaccato e si sono messi a prendermi in giro. Ora ti ci metti anche tu.”
“Io sono arrivato per primo.” rivendica Kleo.
“Vai a prendere il latte dalla mamma e quando sarai cresciuto ripassa.” L’uomo agguantò i cartoni, non prestando ascolto alle proteste di Kleo. Si sdraiò per terra coprendosi con il cartone e russando all’istante.
Soffiava un vento freddo e Kleo tremava intirizzito.  Zampettò sul marciapiede per scaldarsi e giunse in un prato. Le folate del vento e le grida dei televisori erano gli unici segni di vita. Kleo si guardò intorno, tremante. I rami rappresentavano un bel riparo, ma non era da uomini. Per non cadere in tentazione si voltò e prese un’altra strada.
Girovagò sino ad imbattersi in una grata dalla quale fuoriusciva aria calda. Kleo ritrovò il sorriso. Attraversò il reticolato e si accovacciò, lasciandosi accarezzare dalla corrente calda.
All’alba, pimpante, si rimise in strada, deciso a trovare un lavoro. Domandò a quanti incontrava, ma i più rispondevano: “Arrangiati.”.
Se il giorno prima aveva incontrato persone gentili, perché oggi erano tutti scorbutici? Comunque, ce ne voleva per scalfire il suo ottimismo. Fiducioso, intensificò la ricerca e qualcuno lo indirizzò presso l’ufficio di collocamento.
Dato che l’ufficio era dall’altra parte della città, salì su un autobus. C’erano persone sedute e altre in piedi e Kleo era fiero di stare in mezzo agli uomini e imitarli in tutto. Alcuni tenevano in mano dei fogli di carta che fissavano, altri discutevano fra loro e qualcuno guardava fuori dei finestrini. Kleo imitò quest’ultimi, senza riuscire a spiegarsi il fenomeno. Lui stava fermo e intanto il paesaggio si muoveva. Voleva chiedere qualche spiegazione, ma vedeva che gli uomini non ci facevano caso, perciò il buon senso gli suggerì di non azzardare domande.
Ad un tratto un signore gli chiese il biglietto.
“Ho solo questa giacca.” disse Kleo.
“Non si può salire senza biglietto. Alla prossima fermata scendi.” e lo invitò  ad avvicinarsi all’uscita.
“Io devo andare all’ufficio di collocamento per lavorare.”
“Allora sei anche poco furbo. Questa corsa porta all’ospedale.”
“Sarebbe così gentile da dirmi quale autobus va all’ufficio di collocamento?”
“Il 16, però devi avere il biglietto, altrimenti ti fanno la multa.”
L’autobus accostò e Kleo scese. Domandò alle persone che aspettavano nella pensilina quando sarebbe arrivato il 16 e come poteva procurarsi il biglietto.
“Di che ti preoccupi del biglietto. Sei così piccolo che passi inosservato.“
“Un signore mi ha detto che fanno la multa.”
“Non ho mai comprato un biglietto e nessuno ha avuto da ridire.” esclamò un ragazzo.
“Posso venire con te?”
“Aspetto il 4 ma va bene anche il 16. Così ti indico dove scendere per l’ufficio di collocamento.”
“Ti ringrazio.” e i due, in attesa dell’autobus, presero a chiacchierare.
Giunto all’ufficio, Kleo si mise in fila, ma una donna gli indicò un bigliettino.
“Anche qui ci vuole il biglietto?”
“Serve per la fila. Così si aspetta il proprio turno comodamente seduti.”
Kleo si fece dare il numero e attese che lo chiamassero. Quando fu il suo turno andò allo sportello e, accostatosi al vetro, espose il suo problema all’impiegato.
“Sto cercando un lavoro.”
“Non è un po’ troppo piccolo? Quanti anni ha?”
Kleo non capì.
“È straniero?”
“Io sono nato in questa città. Non si vede?”
“Che tipo di lavoro cerca?”
“Voglio guadagnare i soldi necessari per comperarmi da mangiare.”
“Deve compilare il modulo.” gli consegnò un foglio.
“Non ci capisco niente.”
L’impiegato lo guardò di traverso. “Ce l’ha un documento?”
“Ho solo questa giacca e il cartello.”
“Vada in comune a registrarsi, dopodiché ritorni qui. Avanti il 33.”
Kleo riprese l’autobus e dopo tre corse salì su quello giusto. L’impiegato del comune lo confuse ulteriormente. “Per ritirare la carta d’identità occorre: quella vecchia, lo stato civile, se minori accompagnati dai genitori, se maschi, l’esonero dal servizio militare, tre foto, e 14,55 euro.”
“Io non ho i soldi.” quante volte l’aveva ripetuto.
“Trovati un lavoro o passi dalla banca a chiedere un prestito.”
Kleo ubbidì alla lettera, però si ritrovò per strada, senza un soldo.
“Che complicazione gli uomini.” Filosofeggiava tra sé. “Inventano tante meraviglie, ma per usufruirne occorrono i soldi. Per avere i soldi bisogna lavorare. Per lavorare occorrono i documenti. Per avere i documenti occorrono i soldi. I soldi li danno in banca, ma invece di darli a chi non ne ha, li danno a chi ne ha già tanti, perché, dicono, i soldi costano e se uno non se li può permettere è bene che lasci perdere. Ora, come fa un povero diavolo come me?  Voglio lavorare, ma non ho i documenti necessari. Voglio fare i documenti, ma non ho i soldi. Chiedo un prestito, ma, non avendo nemmeno un lavoro, non me lo fanno.”
Kleo zampettava sconsolato per le vie del centro. Aveva fame, era stanco e non aveva la minima idea di cosa avrebbe combinato l’indomani.
“Ragazzo, è vero quello che c’è scritto sul cartello?”
Kleo si voltò.
“Se cerchi lavoro, io posso darti una mano.”
“Davvero? Accetto subito.”
Quella sera Kleo si ritrovò sotto un tetto, al caldo e con tante briciole da farci il bagno. La mattina seguente l’uomo condusse Kleo in campagna.
“Il lavoro consiste nell’attirare i tuoi amici dentro le gabbie. Vediamo come te la cavi.”
Kleo saltellò sul prato e si mise a pigolare.
“Se voli sarai più convincente.” sussurrò l’uomo.
“Non mi riesce volare, sono un uomo.”
Kleo avanzò fra l’erba alta, cinguettando. Raggiunse un spiazzo dove erano sistemate alcune gabbie. Vi si avvicinò e fischiò. Poco dopo scese un passero.
“Perché hai chiamato?” domandò il nuovo venuto.
“Ho scoperto un posto pieno di tante briciole.”
“Cosa hai addosso?”
“Una giacca per ripararmi dal freddo. Seguimi che oggi è il tuo giorno fortunato.”  Kleo condusse il passero davanti alla gabbia e gli indicò le briciole. Il passero entrò e la gabbia si chiuse.
“Perfetto. Sei stato perfetto.” esclamò l’uomo avvicinandosi alla gabbia.
Quella mattina catturarono più di trenta passeri. Nei giorni successivi Kleo si migliorò e il cacciatore ritornava a casa con le gabbie piene.
Durante un viaggio di ritorno alcuni passeri se la presero con Kleo.
“Bell’amico. Ci hai fatto catturare dall’uomo. Sei un uccello traditore.”
“Io non sono un uccello. Sono un uomo e questo è il mio lavoro. Io eseguo soltanto gli ordini. Mi pagano per questo.” li zittì Kleo.
“Guarda come sei conciato. Altro che uomo, sembri uno spaventapasseri.”
“Siete invidiosi perché io sono una persona rispettata, non voi che perdete tempo a cinguettare.”
“Noi siamo uccelli, questo è il nostro compito. Altrimenti saremmo uguali agli uomini. Dove hai le gambe? E le braccia?”
“Non dargli ascolto.” intervenne l’uomo. “Hai fatto un ottimo lavoro e questi soldi te li sei meritati. Goditeli ragazzo. Sono certo che noi due faremo grandi affari insieme. E stasera, per festeggiare, andiamo al Mcdonald’s.”
Mentre mangiavano l’hamburger il cacciatore fece una proposta.
“Senti Kleo, come facciamo quando mi occorri? Questo è un tipo di lavoro che non ha orario: se voglio rintracciarti, come faccio?”
“Mi trovi qui al Mac.”
“No, Kleo. Se vuoi essere ben inserito nella società, devi possedere un cellulare, in modo da essere rintracciabile in qualsiasi momento. Per ora te ne presto uno. Poi, quando ricevi il tuo primo stipendio, ti compri il modello che più ti piace.”
Così Kleo passeggiava per la città con sulle spalle il cellulare, due piccole cuffie sopra la testa e un microfono vicino al becco. Era così divertente fare l’uomo. Intorno le persone camminavano e usavano il cellulare beati. Per non essere da meno Kleo fece finta di telefonare alla mamma.
“Ciao mà. Si, lo so che non sono passato, ma c’è stato un imprevisto, comunque rimaniamo d’accordo che domani verso le 17 vengo a prenderti e andiamo a bere qualcosa, così mi racconti le ultime novità. No, non preoccuparti sono libero tutto il giorno, così vado a lavare l’auto, aggiorno la pagina Facebook, se mi riesce vado al cine, scarico tre canzoni, invio qualche e-mail, e mi vedo un video. Salutami babbo e digli che ho delle suonerie mega che gli invio stasera. Ciao.”
Al termine del primo mese di lavoro, Kleo ritirò lo stipendio. “Dove metto tutti questi soldi? Non ce la faccio a portarmeli dietro.”
“Ti consiglio di aprire un conto in banca, così nessuno te li ruba.”
Kleo mise in pratica il consiglio del suo datore di lavoro e aprì un conto corrente a proprio nome. Ma prima dovette ritornare in comune per la carta d’identità. Spese una grossa fetta dello stipendio per i documenti e con l’aiuto del suo padrone riuscì a superare la burocrazia.
Quando il cacciatore festeggiò il suo compleanno, invitò Kleo a cena. Ormai erano sei mesi che lavorava con lui.
Dopo i primi piatti furono messi in tavola i secondi. Fra questi c’era un tegame con dentro dei passeri in umido. Quando li vide Kleo inorridì.
“Perché quella smorfia?”
“Quelli sono passeri.”
“Ne abbiamo catturati tanti insieme!”
“Io ho sempre pensato che tu poi li lasciassi liberi.”
“Svegliati amico. Se vuoi fare la bella vita devi accettare anche il lato sporco del lavoro. E poi non li conoscevi nemmeno.”
Kleo era senza parole, stupefatto dalla pacatezza del cacciatore.  “Voi uomini sareste capaci di mangiarvi per ottenere qualche privilegio?”
“Assolutamente. Il più furbo sopravvive e se la spassa, mentre gli stupidi rimangono indietro.”
“È una logica devastante. Io non devo lottare contro i miei simili, ma contro i miei nemici. Io non ho nulla da temere da altri passeri, non siamo in lotta fra di noi.”
“Per questo motivo gli uomini sono migliori degli animali e dominano.”
Non riusciva a staccare gli occhi dal tegame. “Se le cose stanno così, il mio posto è altrove.”
“Pensaci, stai per rinunciare ad un mucchio di soldi.”
Kleo fissò l’uomo incredulo. Non si capacitava della ferocia di quella filosofia. Sentì dentro di sé un dolore insopportabile, più grande di lui. Ma il dolore più straziante era sapere di aver contribuito alla morte di quei passeri e di chissà quant’altri.
Scese dal tavolo. Aiutandosi con il becco si tolse la giacca. L’uomo continuava a parlare, ma Kleo sentiva solo il dolore lancinante che lo infieriva.  Si avvicinò alla porta e qualcuno l’aprì. Fuori era buio. Zampettò traballante per un paio di metri, come se volesse sfuggire allo strazio che si consumava dentro il suo piccolo corpo.
Improvvisamente, più forte di qualsiasi altro istinto, Kleo si alzò e volò via.
Sugli occhi l’ultimo segno che lo accomunava agli uomini: alcune gocce di acqua gli uscirono dagli occhi.


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